Stacanovisti intossicati dal lavoro, professionisti che si sovraccaricano di turni in più, o lavoratori precari costretti a un surplus ingestibile: quando le ore di lavoro aumentano il rischio è, oltre a errori, la depressione.
Lo dimostra una ricerca secondo cui lavorare troppe ore raddoppia il rischio di andare incontro ad episodi depressivi.
Le ore giuste sono 7, al massimo 8 al dì. In pericolo, quindi, chi fa gli straordinari o, comunque, lavora troppo.
La ricerca, pubblicata sulla rivista PLoS ONE, è stata condotta da Marianna Virtanen della University College di Londra.
Emerge un legame chiaro tra troppo lavoro e depressione maggiore: rischia doppio chi lavora per 11 ore al dì rispetto a chi lavora le classiche 7-8 ore. L'episodio depressivo maggiore è scatenato da agenti esterni, se lavoro tanto e lavoro in ambienti sbagliati, senza giusta motivazione, con regole poco chiare, senza aspettative nè gratifiche; allora, di certo, si rischia la depressione. Non sono solo gli orari di lavoro in sè, quindi, ma anche la qualità del lavoro, perché se la persona riesce a gestire anche un surplus di ore di lavoro per un periodo circoscritto e poi ad organizzare un adeguato periodo di riposo, allora sè al riparo da problemi di salute.
Virtanen ha tenuto sotto controllo oltre 2.000 lavoratori britannici di mezza età registrando una forte associazione tra lavoro straordinario e depressione.
Gli individui sono stati monitorati all'inizio dell'indagine per numero di ore lavorative quotidiane, problemi psicologici ed eventuale presenza di fattori di rischio per la depressione e poi sono stati seguiti per parecchi anni, annotando eventuali episodi depressivi. Ne è emerso un chiaro nesso tra orari di lavoro e la depressione.
Sono tante le situazioni a rischio. In primis si rischia grosso se si investe tutto sul lavoro dedicandogli ogni energia, perché lavorare solamente porta a perdere il contatto con la realtà.
Si tratta dei lavoro-dipendenti o workaholic, che fanno turni al di sopra della proprie possibilità. Oltre alla depressione, si rischia anche per la salute in generale. Insomma, si «scoppia». Senza considerare il pericolo per altre persone se il professionista in causa è un medico o un controllore di volo.
Anche il lavoratore precario è a rischio, perché al sovraccarico di lavoro si associa una dequalificazione professionale, la mancanza di aspettative, l'incertezza del futuro.
In certi mestieri, poi, molti non reggono ritmi e orari esagerati: se si è un oncologo pediatra a continuo contatto con la sofferenza, o si lavora in rianimazione con turni massacranti stando a contatto con la morte tutti i giorni, la depressione può bussare alla porta.
È bene, dunque, moderarsi quando possibile, evitando troppi turni e straordinari; oggi la riforma della 626 del 2008 prevede l'obbligo per le aziende di valutare lo stress lavorativo, il che significa anche monitorare quanto lavorano i dipendenti. Ma c'è ancora poca sensibilità su questo fronte.