«Dove preme lo stivale del mio uomo / spuntano verdi germogli d'avena; / ... A una sua sola occhiata la stenta terra dona messi». Tornano le rutilanti immagini, le metafore e le invenzioni metriche di Sylvia Plath, la poetessa americana morta suicida a 31 anni: è la voce di una donna diventata simbolo di una condizione femminile prigioniera e oggetto di una sorta di culto. A 50 anni dalla morte, Mondadori ripropone, in un corposo Oscar, Tutte le poesie della Plath nella traduzione e a cura di Anna Ravano (testi originali a fronte, 18 euro). Il volume è introdotto da un saggio del Nobel irlandese Seamus Heaney. In una nota la curatrice ripercorre la vita di Sylvia, ricca di riconoscimenti, ma anche segnata da delusioni e da un profondo disagio psicologico. A 20 anni, la prima crisi depressiva. Da quel momento le condizioni psichiche della Plath manifesteranno un alternarsi di alti e bassi. È sottoposta a un ciclo di elettroshock; tenta una prima volta di suicidarsi nel 1953. Trasferitasi dagli Usa in Inghilterra, sposa il poeta Ted Hughes. Seguono anni tranquilli, ma la rottura con il marito e delusioni editoriali contribuiscono a peggiorare le sue condizioni. Nel febbraio del 1963, il tragico suicidio con il gas.
Alberto Ottaviano


