Restituire alle ferite la loro forza solidale

Non capita spesso che un filosofo prenda esplicitamente spunto dalla propria biografia per svolgere un ragionamento etico. D'altra parte, certe commistioni tra filosofia e «vita» sono di solito più suggestive che utili o sensate. Per questo sorprende il piccolo libro di Michela Marzano dal titolo «Cosa fare delle nostre ferite? La fiducia e l'accettazione dell'altro». Piccolo ma denso, palpitante. E forse utile.

Il volume di articola in tre capitoli, tra i quali il testo di una relazione sull'«accettazione dell'altro» pronunciata dalla Marzano a un convegno sull'integrazione scolastica l'anno scorso a Rimini. Nella pubblicazione, l'intervento di allora - che suscitò un'ovazione - è incastonato tra due scritti originali. Il libro si apre con la domanda del titolo, «cosa fare delle nostre ferite?». E subito la filosofa afferma che «non potrei rispondere senza iniziare dalla mia esperienza personale». Un'«esperienza personale» - quella dell'anoressia - radicata nel terreno della società contemporanea che rifiuta qualsiasi fragilità e ferita, dominata com'è dal mito del controllo e dell'indipendenza totale dal quale derivano il rifiuto della differenza, la paura dell'imprevisto, lo «sgretolamento di qualuque forma di solidarietà» e, infine, solitudine. L'interrogativo diventa quindi «come ricostruire la solidarietà e immaginare un mondo in cui ciascuno possa trovare il proprio posto, anche se non è perfetto», «anche se è "prigioniero" delle sue ferite?».

La risposta della Marzano è che bisogna «restituire alle ferite la loro vera dimensione», ovvero farne un punto di forza che consenta di creare legami con gli altri, ripristinando una situazione di fiducia reciproca. Il tema della fiducia tornerà, centrale, nelle pagine - rigorose e insieme toccanti - del terzo capitolo. Ma prima la filosofa affronta - nel secondo testo, quello della relazione riminese - la paura dell'alterità. Per concludere che è accettando, certo con fatica, la propria alterità - ovvero la propria inadeguatezza, insomma le proprie ferite - che si può accettare quella altrui. Condizione, questa, senza la quale non può esserci alcuna convivenza. Si tratta allora di tornare a scommettere su se stessi e sugli altri, instaurando quella fiducia che può avere la meglio sulla paura e riportare speranza.
Francesca Sandrini

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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