Racconti dell'inconscio svelano paure e debolezze

È difficile «corrodere» la società favoleggiando con la penna, ma Traven, autore di questi «Racconti» finora inediti in Italia, lo sa fare con una sorta di «bon ton» filosofico-politico, un aplomb che è in realtà un laser puntato su tragiche verità.

Gli obiettivi si accavallano in una danza orchestrale che incrocia e confonde l'ipocrisia, le teste vuote dei capi, l'arroganza della guerra inutile, l'eroismo fasullo, le capacità individuali manomesse dalle masse, l'amore incompreso, la grande Madre e l'Arte, manomessa anche questa dai critici, dal pubblico e dagli stessi ignari artisti. Nel primo racconto, «La storia di una monaca» protagonista è un convento in cui fantasmi di suore si avvicendano nelle giornate degli studenti che affittano le stanze in una girandola di rumori, paure e identificazioni con vissuti di tempi diversi. Il terrore notturno e diurno prende tutti, perché ognuno ne fa alibi per i propri personali turbamenti dell'inconscio. Questa è la vera abilità di Traven, utilizzare l'inconscio per dipingere storie e fantasie che appaiono lontane dall'origine per cui sono state scritte, ma che legano in modo perfetto parole e invenzioni contro gli errori di una società che si trascina senza voler cambiare nulla.

Così si scopre che il soldato pluripremiato con onorificenze e medaglie per la lunga resistenza in trincea e sulla linea di assalto, protagonista de «Alla distinta signorina S...» è partito per la guerra con forti tensioni al suicidio per banale e incompreso amore e che ogni suo atto di estremo coraggio è stato da lui compiuto nella «completa indifferenza» per la situazione. Oppure in «L'arte del pittore» l'arguzia dell'autore descrive un pittore deluso che sostituisce addirittura il suo dipinto ad un altro in una mostra importante in cui era stato rifiutato, manipolando l'ottusità dei cosiddetti amanti dell'arte fino a condurli alla definizione accettatissima che «il titolo di un quadro non deve avere nessun rapporto con il suo contenuto visivo».

Potente è la metafora di «L'Attore e il re», in cui l'alto ruolo gerarchico del sovrano si mischia a quello dell'attore che recita il re impedendo alla verità, in una sorta di rimbalzo incalzante, di posizionarsi con precisione dentro a quello autentico. Tra tutti «Nella nebbia» è il racconto in cui l'autore fa emergere in tre sole pagine una sorta di «sintesi universale» dell'uomo: da una nebbia bianca e fitta al confine tra due trincee nemiche emergono due figure con due divise opposte, a «nemmeno due pass» l'uno dall'altro e «non c'è paura nei loro occhi, solo sbalordimento». Due nemici, isolati dalla nebbia, si guardano, si salutano persino, confondono il loro respiro, non ricordano chi devono odiare e anche ammazzare, si stringono la mano e ritornano verso la propria trincea. «Perché di fronte c'era un uomo».
Graziella Pizzorno

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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