La figlia, il boia e la kabbalà dell'yiddish

Tutto accade per quei fogli in yiddish sparsi su un tavolo, una sera in una locanda sui monti atesini. Lo scrittore se li è portati per farsi compagnia dopo le solitarie scalate estive. Sono fotocopie di racconti di Israel Yehoshua Singer, fratello del premio Nobel Isaac, che una casa editrice americana gli ha proposto di tradurre.

Erri De Luca spiega come la sua passione per quella lingua che sopravvive tenacemente ad ogni persecuzione sia nata per «un puntiglio», dopo aver percorso i luoghi dello sterminio: il ghetto di Varsavia - dove i Singer abitarono - Auschwitz, Birkenau... Si è subito sentito a suo agio con l'yiddish: «Assomiglia al mio napoletano, entrambe lingue di molta folla in spazi stretti. Sono perciò veloci, di parole tronche, adatte a farsi largo tra le grida».

Lo scrittore si trova quel fascio di fotocopie tra le mani, una sera d'estate al tramonto, mentre mangia frittelle e beve birra. Al tavolo accanto, siedono una donna che gli ha sorriso e un uomo che alla vista di quei fogli si inquieta e se ne va in fretta.
E la storia riparte dal passato. La racconta quella donna: un giorno, tornando dall'università, ha trovato la madre con le valigie in mano ed ha scoperto che suo padre non era un postino scontroso, ma un criminale di guerra. Era stato in Italia e in Argentina, aveva cambiato volto e nome. E taceva, per il timore che la voce, rimasta impressa nella mente di qualche vittima, potesse tradirlo.

Come si può vivere con un padre «boia» non pentito? La figlia fa le sue scelte: lo accudirà, ma non sarà sua complice. Lui si assolve: il torto di un soldato è la sconfitta, la vittoria giustifica tutto, i crimini di guerra vengono assolti dal trionfo. Lei non concede spazio alle spiegazioni: «Per me restava certa e senza appello la sua colpa... Se le cose stanno come dice lui, il torto del soldato è l'obbedienza». Si fa sterilizzare per non avere «un figlio con i geni del padre», vuole essere «effetto senza causa».

Quella sera di vacanza sui monti, il padre vede i fogli scritti in yiddish sparsi sul tavolo da un uomo strano e solo. Il terrore che lo insegue da sempre fa scattare l'ultima fuga: «Non mi prenderanno vivo!»
Destini che si incrociano come manovrati dalla kabbalà, lettere e numeri diventano cifre di storie e vite. Racconti essenziali e taglienti. Meditazioni e sguardi di rara intensità poetica. La forza di una lingua, quella ebraica, che sa scavare nello spirito usando la concretezza materiale e fisica della natura e della fatica. Tutto questo ci offre Erri De Luca in uno dei suoi racconti più intensi e belli.
Claudio Baroni

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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