Il politologo e la suocera

Diamanti sostiene che il «senso comune» prevale su teoria e sistemi. Nella «Politica pop» dietro il cambiamento si nasconde la tradizione.

Per sapere dove va la politica serve di più ascoltare quel che tua suocera ti racconta di ritorno dal supermercato che non alambiccarsi su dottrine e modelli istituzionali. Ilvo Diamanti, studioso che ama confrontare l'analisi con la situazione reale, monitorata in continue rilevazioni statistiche, pare esserne convinto. I politologi arricciano il naso quando si parla di accostare teoria e vita quotidiana. Preferiscono analizzare istituzioni, partiti, meccanismi di potere. Su questa visione dall'alto azzardano le loro previsioni. E spesso sbagliano. È difficile comprendere «quel che accade mentre accade» restando ancorati ad una struttura dottrinale. Come pronunciarsi sull'Italia di oggi, diventata «una repubblica federalista, quasi-presidenziale, dove vige un sistema partitico "personalizzato" favorito da una legge elettorale singolare: proporzionale, ma interpretata in modo maggioritario»?

L'analisi potrebbe essere questa. La nostra è una «democrazia del pubblico», dove i partiti sono diventati «cartelli di oligarchie». Il sistema è dominato dalla «personalizzazione» dei leader, che si rivolgono in maniera diretta all'opinione pubblica e alimentano una sorta di «democrazia immediata», cancellando ogni corpo sociale intermedio. È la «politica pop»: il leader e la gente comune si rispecchiano a vicenda, con la complicità di tv e giornali. Il potere viene così «messo in scena» con i politici come attori e i cittadini come pubblico che applaude o fischia. Una campagna elettorale permanente produce e riproduce il consenso. Con uno «slittamento semantico» le opinioni diventano «opinione pubblica», quel che pensa una parte diventa «la volontà popolare» e subito dopo «il Popolo» intero.

Il voto di appartenenza, che ha dominato per mezzo secolo la democrazia italiana, scompare. Crescono il voto di opinione e ancor di più il voto di scambio. Non ci sono più zone «bianche» o «rosse», ma una sorta di indistinta «liquidità» di voti.
Così sarebbe, secondo dottrina. Ma Ilvo Diamanti, si diverte a ribaltare l'ottica e a mostrare come l'analisi spesso non trovi conforto nella realtà. Fedeltà e appartenenze geografiche persistono. È cresciuto l'astensionismo, ma il grosso del corpo elettorale vota costantemente allo stesso modo.

Le zone «bianche» del Nord ora danno il voto alla Lega, confermando una vocazione sostanzialmente antipolitica e antistatalista. Votano Lega anche se non sono leghisti: considerano il Carroccio come una sorta di sindacato pro-Settentrione. Le zone «rosse» del Centro-Nord, pur non più monolitiche, restano nelle mani del Pd. E il Centro-Sud si conferma area «governativa»: un sistema sociale debole cerca protezione nello Stato. Il Centrodestra di oggi raccoglie i voti del Pentapartito degli anni Ottanta. Questa è la «tradizione nascosta dietro al cambiamento».

Solo se si abbassa a cogliere gli umori della vita quotidiana, il politologo può comprendere questi fenomeni. E scopre che l'opinione politica si trasmette attraverso reti sociali primarie: la famiglia, gli ambienti frequentati e solitamente caratterizzati da un alto grado di omogeneità. Le ondate elettorali si propagano per contiguità e contagio. Si forma così il «clima di opinione»: politica e consenso sono mossi dal «senso comune», quello che circola dentro un ambiente, un luogo, un mondo.

Giornali, radio e trasmissioni tv sono scelti per adesione, per trovare conferma alle proprie opinioni più che per verificarle o cambiarle, anche se esse poggiano su pregiudizi e non hanno riscontri reali. Nulla di nuovo: già Gramsci lo sapeva e citava il Manzoni sulla peste: «C'era pur qualcuno che non credeva agli untori, ma non poteva sostenere la sua opinione, contro l'opinione volgare diffusa… il buon senso c'era ma se ne stava nascosto per paura del senso comune». Diamanti chiude il suo saggio, frutto dell'introduzione ad un convegno della Società italiana di Scienza politica, con un ulteriore ribaltamento di prospettiva: anche la società scientifica non è indenne dal senso comune, dal «paradigma dominante». E così la politologia spesso si compiace della sua visione dall'alto, anche a costo di sbagliare le previsioni.
Claudio Baroni

Gramsci, Manzoni e mia suocera

 

Ilvo Diamanti

 

Il Mulino, 118 pagine, euro 10

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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