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Trionfo di uova e agnello, la tavola diventa rito

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Ore: 06:00 | giovedì, 5 aprile 2012

La Pasqua è la festa più grande del cristianesimo, quella che ne racchiude tutto il messaggio salvifico. Una festa che le comunità cristiane hanno sempre celebrato come l'evento più importante dell'anno, arrivando a parlare di una prima Pasqua all'Epifania e di un'ultima Pasqua a Pentecoste. Una festa che, soprattutto nei suoi aspetti esteriori, ha riassunto e dato continuità alle celebrazioni che da sempre ed in ogni civiltà hanno accompagnato la primavera. Tradizioni antichissime che il cristianesimo spesso ha saputo adattare al proprio messaggio fino a cancellarne quasi totalmente le origini pagane, facendole così sopravvivere fino ai nostri giorni.

Molte di queste tradizioni, molte di queste pratiche dal forte, originario legame con la religione sono arrivate sino a noi segnando, in particolare, proprio la tavola che, forse mai come a Pasqua, ha una sua profonda ritualità. Sono infatti moltissimi gli elementi del pranzo pasquale che rimandano alle celebrazioni più antiche. A cominciare ad esempio dall'uovo che, nelle forme più diverse, è comunque un protagonista di queste giornate.

Val la pena infatti di ricordare che in moltissime civiltà l'uovo è il simbolo stesso della nuova vita, della fertilità, della capacità della natura di rigenerarsi e di moltiplicarsi. L'uovo entrava così in tutte le feste della primavera, quasi a simboleggiare non solo il risveglio dei campi e dei boschi, della natura nel suo insieme, ma pure l'avvio di una rinnovata esistenza che si apriva al nuovo anno. In particolare in ambito greco e romano, le feste di primavera tributavano l'omaggio della popolazione alla grande madre Cerere, dea della terra e della fertilità, la, personificazione tra gli abitanti dell'Olimpo della capacità della natura di rigenerarsi ogni anno. Proprio le sacerdotesse di Cerere, durante le feste di primavera andavano in corteo al tempio portando in dono un uovo, simbolo anch'esso di fertilità.

Diversa e non meno importante è poi la presenza sul tavolo dell'agnello o del capretto, ovvero dei più giovani capi del gregge che il pastore sacrificava a primavera proprio per ingraziarsi gli dei in vista della nuova annata. E non fu difficile in ambito prima ebraico e poi cristiano legare l'agnello sacrificato prima alla nuova alleanza tra Dio ed il suo popolo all'uscita dall'Egitto e quindi al sacrificio salvifico del Cristo.

Partendo proprio dalla tradizione ebraica è interessante sottolineare come in quelle comunità per millenni l'agnello sia stato ritualmente consumato seguendo i precetti contenuti nel libro dell'Esodo. Così l'agnello doveva essere nato nell'anno, andava cotto sul fuoco e non bollito in acqua e consumato interamente dalla famiglia con pane azzimo ed erbe amare. Di più se una famiglia era poco numerosa e c'era il rischio che non mangiasse tutto l'agnello doveva unirsi ad un'altra famiglia così da allargare la gioia conviviale del sacrificio.

Una «ricetta» che in buona sostanza è arrivata sino a noi visto che anche oggi l'agnello ed il capretto sono la parte nobile dell'arrosto pasquale, spesso accompagnato dalle prime insalate di stagione, che si consuma in un convivio numeroso con parenti ed amici.

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