Fai a gomitate a Vinitaly per raggiungere lo stand del produttore che ti interessa e pensi che è proprio vero: il vino italiano è in controtendenza, è vincente, ci porterà un sacco di cose belle e persino posti di lavoro (vero, più 3% nel 2012). Poi, se sei abbastanza robusto per parlare davvero con il produttore, scopri che il vino italiano non è su un altro pianeta e soffre tutti i mali dell'italietta che non va proprio a gonfie vele.
Due osservazioni ci hanno impedito quasi subito di essere euforici. Qualcuno ha calcolato che per produrre un litro di vino si devono produrre due kg di documenti e infatti molti produttori evitano ulteriori certificazioni (compresa quella del biologico) per non trovarsi tra i piedi altri controllori.
Anche il governatore Zaia ha criticato la burocrazia, ma ha detto anche un'altra cosa molto attuale: se le imprese italiane non trovano in fretta il modo di mettersi insieme, non eviteremo qualche forte mal di testa.
Un convegno, uno dei tantissimi, ha detto papale papale che dietro il boom dell'export vinicolo italiano c'è la ridotta dimensione delle aziende. Secondo quella autorevole analisi, il mondo compera più vino italiano perché le aziende nostrane sono piccole e quindi sono più facili da strozzare quando si definisce il prezzo. Sollecitare reti d'impresa, promozioni di territori, marketing collettivo sembra urgente. Anche perché se parli con gli uomini del marketing scopri che la festa è finita da un pezzo. Il 2012 ha dato una bella sforbiciata alla redditività delle aziende.
Cosa non va? Non certo la qualità del vino italiano che offre ormai prodotti di sicuro livello mondiale. Al Vinitaly 2013 era molto difficile bere qualcosa di men che eccellente. Persino il mondo del Prosecco che, soprattutto per noi che ci permettiamo più spesso il Franciacorta e guardiamo al Prosecco con un po' di supponenza, ha riservato piacevoli sorprese. Manco ci ricordavamo più che, dalla amnistia generale della Doc Prosecco si era salvata non solo la storica zona Conegliano Valdobbiadene Docg (50 milioni di bottiglie), ma anche la minuscola enclave dell'Asolo Docg (1,5 milioni di bottiglie). Ce l'ha fatta riscoprire e apprezzare Montevini che ha una sua apprezzabile filosofia per l'esportazione: bene il Far East, ma dove non ci va nessuno come per esempio l'Indonesia e la Corea del Sud.
Tra migliaia di proposte ci sono rimaste impresse due degustazioni forse perché consecutive. Gianluca Bisol ci ha fatto assaggiare il suo prezioso ed elegantissimo Cartizze rifermentato in bottiglia mentre Guido Folonari ci ha proposto lo Champagne Charles Heidsieck per così dire (se non è blasfemo) «modernizzato», fresco e immediato dopo dieci anni. Trasformando il personale confronto in centesimi avremmo dovuto ricorrere ai decimali. No, la qualità c'è.
È viceversa il modo di stare sul mercato che vacilla. Una novità è la crisi dell'horeca. Che si vada meno al ristorante e si spenda meno nel vino è assodato. Però il rapporto con la grande distribuzione (quella che porta il vino sulle tavole di casa) è problematico. Se è solo questione di prezzo rischi di perdere persino nei confronti dello Champagne.
L'altra novità che si impone è la necessità di andare all'estero. Il consumo interno ormai è sceso ai minimi storici (37,5 litri pro capite) un po' perché sono cambiati i costumi un po' per una scelta volontaria non proprio illuminata. Nessun settore può fiorire se si massacra il suo mercato domestico.
All'estero però ci vogliono due condizioni: che la zona sia conosciuta e rinomata e che i produttori sappiano instaurare rapporti diretti. Anche in Cina.
Ma il contatto con il cliente richiede tempo, pazienza e costanza. Così se Vinitaly ha regalato nuovi contatti, è meglio per tutti andare a casa a preparare la valigia.
Gianmichele Portieri



