Se ti chiedono quale è il prodotto cui un musulmano osservante è più attento, la risposta è facile: la carne. Per mangiare la carne, un musulmano deve essere sicuro che la macellazione sia stata compiuta secondo il rituale islamico. Infatti i macelli italiani sono tutti attrezzati con un locale separato per la macellazione islamica di cui fa parte l'invocazione rituale di Allah e di cui fa parte anche l'uccisione dell'animale senza preventivo stordimento. Pratica consentita in Italia in deroga alla normativa generale. Fin qui tutto chiaro.
In realtà il prodotto più insidioso per un musulmano osservante è il formaggio. Per produrre il formaggio serve, come è noto, il caglio e il caglio si ricava dallo stomaco di vitelli e capretti. Già, ma come sono macellati? Un vero musulmano vuole saperlo e chiede una certificazione «halal» per ogni pezzo di formaggio. Halal è ogni cibo prodotto rispettando la Shariah, la legge islamica.
E qui i caseifici certificati scarseggiano. Risulta che vicino a noi lo sia la cremonese Latteria Soresina. Nel dubbio i musulmani si affidano, come i vegetariani, al formaggio prodotto con caglio vegetale che, anche da noi, ha un mercato fiorente. Il secondo prodotto «sospetto» sono i succhi di frutta di colore rosso. Il rosso si ottiene dalla cocciniglia che è un insetto.
Vero che in tempo di crisi ci si affida fiduciosamente alle nicchie di mercato, ma quella dei cibi islamici è una nicchia assai grande. Qualche settimana fa a Milano si è tenuto il consiglio mondiale del cibo halal ed è uscito un dato clamoroso: in Italia i musulmani consumatori di cibo halal sono 4 milioni per un fatturato stimato in 4 miliardi l'anno. Se questi sono i dati, nella nostra provincia ci sono almeno 50 mila consumatori di cibi rispettosi della legge islamica. Il problema non è quindi solo quello del rispetto di una minoranza religiosa (che resta comunque un valore civile), ma quello di un affare potenziale. Anche perché, è uscito al congresso di Milano, un musulmano compera una volta e mezza gli alimenti di un italiano di pari condizione sociale, per far fronte ai suoi doveri di ospitalità. Se poi il discorso si allarga alle esportazioni del Made in Italy, i numeri diventano davvero imponenti (nel mondo ci sono 2 miliardi di musulmani).
Sul punto l'Italia sembra in ritardo. Al consiglio mondiale del cibo halal risulta che solo 130 imprese italiane del cibo sono certificate (contro il 60% della Germania). Ciò che normalmente non si rileva è che la Shariah prevede non solo la certificazione del processo produttivo, ma anche la certificazione dei servizi, compresi quelli distributivi. A rigore un cibo halal non può essere distribuito da un'azienda non certificata e venduto in un supermercato non certificato (ma in Italia non esistono supermercati certificati).
I controlli degli appositi organi religiosi sono simili a quelli della certificazione di qualità Iso 9000, ma assai più penetranti di quelli invocati da chi chiede una etichettatura di garanzia a favore del Made in Italy.
Intanto val la pena di segnalare che qualcuno anche in Italia si sta muovendo. Ad esempio: vuoi brindare senza infrangere le regole del Corano? Puoi. È arrivato infatti anche lo spumante halal, senza alcol e certificato. Si chiama «Zerotondo» ed a produrlo è Astoria, uno dei marchi più conosciuti del Prosecco.
E se vi va una fetta di salame? C'è anche quello. Antonio Ferrando Salis, dell'azienda agricola La Genuina di Ploaghe in provincia di Sassari, produce salumi secondo le regole halal con l'utilizzo di carni di pecora e capra. Naturalmente, in entrambe i casi, il prodotto è manipolato da personale islamico.
g.m.p.



