BRESCIA
Augusto Marietti (22 anni), Michele Zonca (29) e Marco Palladino (22), i tre giovani fondatori di Mashape Inc., sono stati ieri i protagonisti della terza «conversazione imprenditoriale» della Scuola d'Impresa promossa dalla Compagnia delle Opere. «La fortuna non esiste» era il titolo dell'incontro, preso a prestito dal recente e fortunato libro del direttore de «La Stampa» Mario Calabresi.
Al Museo Mille Miglia, nell'incontro organizzato in collaborazione con Fondazione San Benedetto, i tre ragazzi hanno supportato l'affermazione raccontando la storia del loro portale web per sviluppatori di software, snobbato in Italia e finanziato con 100mila dollari nella Silicon Valley dagli investor di YouTube.
Perché non avete trovato in Italia i capitali di cui avevate bisogno?
Da noi il settore tecnologico non è maturo. I capitali di rischio sono molto esigui; inoltre chi si occupa di «venture capital» viene dal settore bancario, e ha parametri di valutazione molto diversi da quelli in campo tecnologico. In Italia una «start up» tecnologica vale dal primo giorno dieci volte meno di un concorrente negli States: là c'è un ecosistema costruito in 70 anni e che continua a svilupparsi. Gli investitori italiani inoltre stanno molto tra di loro, non hanno un network globale di spessore, e questo è penalizzante nella tecnologia. Ti danno i soldi e ti abbandonano a te stesso, non sono dotati di un feedback di valore. Negli Usa gli investitori sono stati imprenditori, e spesso danno consigli preziosi.
L'età ha rappresentato un vantaggio o un handicap?
In Italia un handicap perché ci prendevano per ragazzini, non si fidavano. Molti non conoscevano la realtà della Silicon Valley e non volevano darci soldi.
Come sono stati gli inizi in America?
Siamo partiti con poco denaro e tre mesi a disposizione prima che scadesse il visto. Dormivamo in case di sconosciuti, in posti letto affittati tramite internet. Andavamo a ogni evento per conoscere più gente possibile, perché eravamo totalmente fuori dal network. Due settimane prima del ritorno a casa, disperati, siamo andati a un grande evento a Stanford. All'ingresso distribuivano un enorme plico con i nomi e l'indirizzo e-mail di tutti i partecipanti: noi abbiamo mandato una mail a tutti, fingendo di averli già contattati durante il meeting. Uno di loro ci ha risposto interessato. Sono bastati tre incontri per concludere.
Quanto conta il clima informale che si respira nella Silicon Valley?
Là tutte le «start up» si conoscono e si aiutano tra loro. Gli italiani che vengono nella Silicon Valley fanno spesso l'errore di frequentarsi soltanto tra di loro.
Invece bisogna aprirsi perché gli investor americani puntano su aziende che operino e reinvestano nel mercato americano. Agli incontri, poi, chiunque ti dà cinque minuti per presentarti: puoi arrivare a gente che in Italia non riusciresti mai a conoscere.
Quindi era inevitabile il tentativo americano?
Se lavori nel settore tecnologico vai a San Francisco, ma la nostra era anche una scelta disperata. La globalizzazione porta vantaggi e svantaggi: puoi vendere il tuo prodotto a sette miliardi di persone, ma da laureato ti trovi in competizione con i laureati di tutto il mondo.
Cosa consigliereste ai giovani italiani?
Cercate di seguire la passione, perché è quella che può creare valore per sé e per gli altri. Non bisogna puntare subito ai soldi ma fare quello che a una persona piace fare, perché è questa scelta che fa sopportare anche situazioni molto difficili. Per noi la passione è la tecnologia, che può anche cambiare la vita dell'umanità.
Oggi poi è facile creare business, ogni giovane disposto a rischiare può iniziare a vendere qualcosa; e se fallisci avrai accumulato esperienza utile. Nel 1997, quando è tornato alla Apple, Steve Jobs aveva soldi soltanto per tre settimane. Oggi la sua è la prima azienda tecnologica, con tassi di crescita del 30 per cento in ogni trimestrale. Ogni volta che torniamo in Italia, speriamo che rinasca anche qui quella voglia di spaccare il mondo, di inseguire i propri sogni.
Per voi quando è arrivata la svolta?
Quando abbiamo rifiutato dei contratti italiani che ci avrebbero fatto molto comodo. Abbiamo chiesto un parere a un imprenditore americano, e ci ha detto che le clausole previste da quei contratti erano inaccettabili per il mercato americano. Il finanziamento che abbiamo trovato negli States era inferiore a quello che avevamo rifiutato, ma adesso abbiamo le carte in regola per tornare in America in aprile e cercare nuovi finanziamenti.
Quindi siete ancora in cerca di soldi?
Siamo al secondo round di investimenti. Vedremo se il nostro sogno andrà avanti, perché potrebbe ancora saltare tutto. Ma è intatta la voglia di fare qualcosa, di continuare a creare innovazione.
Nicola Rocchi
È il cuore il motore dello sviluppo
I tre ragazzi milanesi si raccontano al Museo Mille Miglia. Sono i fondatori di Mashape: in Italia il loro progetto non ha trovato sostenitori. Nella Silicon Valley hanno raccolto, per ora, 100mila euro.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia
Caricamento...
Caricamento...
Caricamento...
I più letti
Caricamento...
Caricamento...
Caricamento...


