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Dalla ricerca di nuovi clienti alla ricerca di nuovi prodotti

«Sfruttando vecchi componenti». La storia di Idrogenet suggerisce percorsi diversi e mette l'azienda ad un bivio: come crescere?

LUMEZZANE

A suo modo è una delle storie più belle e singolari degli ultimi anni. Non tanto per quel che potrà mettere a frutto (questo lo si vedrà) quanto, piuttosto, per il sottofondo della storia, per il perchè e il percome si è realizzata.
E perchè - in fondo - questa è un po' una storia «di eretici», di gente che decide di ribaltare di 180 gradi quel che sino ad oggi aveva fatto. Di gente che, ad un certo punto della vita, si chiede: che si deve fare per fare altro. Attenzione: non per fare in altro modo le stesse cose: fare altro, altri prodotti? E che decide - anzichè mettersi a trattare con qualcuno che magari aveva in tasca idea e brevetto - di mandare in giro un tipo per il mondo a vedere quel che c'è, quel che si potrebbe fare.
Carlo Seneci annuisce.
È lui che oggi guida la Idrogenet. Le redini gliele hanno affidate un anno fa circa, dopo che un gruppo di soci aveva fondato la società anni prima seguendo le visionarietà del Paride Saleri secondo il quale i lumezzanesi potevano anche fare qualcosa insieme: qualcosa di diverso da tutte le cose che avevano sin qui fatto (la valvole, i rubinetti, eccetera eccetera).
È una scommessa vinta...
«Diciamo quasi vinta. Il prodotto che abbiamo ideato adesso lo stiamo testando. Lo presenteremo a novembre alla fiera del biomedicale in Germania. Ma credo di poter dire che abbiamo della prospettive positive».
Adesso che il vostro apparato per la riabilitazione della mano è pronto che altro farà Idrogenet?
«È un dibattito aperto fra gli 11 soci. Che si fa? Qualcuno vorrebbe da subito mettere in pista un altro progetto, qualche altro invita alla cautela: portiamo a casa fatturato vero dicono. Sono posizioni che hanno entrambe un perchè. Ne stiamo parlando».
Certo, anche chi dice prima facciamo un po' di fatturato ha qualche ragione...
«Sicuramente sì. Ma ne ha anche chi dice che le opportunità possono anche non ripresentarsi e quindi invita a coglierle adesso. Dirò di più: Idrogenet è diventata una sorta di "raccoglitore" di idee perchè tanta gente ci sottopone idee e progetti».
Meglio avere tanti progetti e idee che pochi, o no?
«D'accordo. Anche se dovremo deciderci a diventare non solo "raccoglitori" di idee ma anche "incubatori" di progetti. È di questo che stiamo parlando fra soci».
Mi par di capire che rischiate di essere travolti dal successo. Facciamo un piccolo passo indietro. Qual è stata la chiave dell'essere riusciti a far convivere 11 aziende?
«Il fatto che si è deciso di fare cose in settori nei quali nessuno operava. Ci siamo detti: facciamo qualcosa di nuovo. Noi siamo tutte piccole aziende ma, se ci mettiamo insieme, abbiamo la forza per fare alcune cose. E siamo partiti, ma stavolta non per cercare nuovi clienti ma per cercare di fare nuovi prodotti. Ne è venuto fuori questo strumento che consente di fare riabilitazione alla mano. Sempre di motori, sensori e valvole si tratta (ovvero cose che ognuno di noi fa od usa nelle rispettive aziende) solo che bisogna combinarli in maniera diversa. Direi che dobbiamo inventare nuove combinazioni con vecchi componenti e quindi nuovi prodotti con marginalità più alta, perchè è qui lo snodo: fare nuovi prodotti che consentano di alzare i guadagni rispetto ai margini che consentono le produzioni classiche».
E quindi vi siete messi insieme. Lei è presidente della società ma, credo di poter dire, voi 11 siete anche amici. Che tipo di attese si aspettano da Idrogenet i suoi soci-amici?
«Non ci sono attese particolari. Solo quelle che degli azionisti si attendono dall'aver fatto un investimento. Qui possiamo dirci che si tratta di investire a lungo, ma il ritorno dovrà esserci. Non siamo una onlus. In tutti c'è la convinzione che vanno tentate strade nuove. Le vecchie cose andranno avanti, ma dobbiamo prepararci al nuovo. La formula Idrogenet sta funzionando perchè ci ha consentito di bypassare le inevitabili gelosie che avevamo (e abbiamo) con le nostre classiche produzioni. Ripeto: adesso dobbiamo andare avanti con altre cose. In questo siamo tutti d'accordo. È sui tempi che dobbiamo decidere».
Ma quando lei dice «andare avanti» a cosa si riferisce: altri progetti e macchine per la riabilitazione?
«Anche, ma non solo. La cosa sorprendente, come dicevo, è l'effetto-catalizzatore che Idrogenet ha avuto in giro per l'Italia. Faccio un esempio: sulla riabilitazione ci hanno sottoposto 12 idee-progetti. Adesso vedremo quel che faremo. Ma la cosa dice una cosa semplice: che se sei alla ricerca di idee devi dire in giro che le stai cercando. Sembra banale dirlo ma funziona un po' così: se dici che sei interessato a nuove idee tanta gente si fa viva. Certo è che, ad un certo punto, la ricerca e l'analisi di opportunità diventa quasi un mestiere. E questo ci imporrà di far qualche scelta operativa».
Immagino una Idrogenet da azienda produttiva ad impresa di engineering.
«Magari. Pensi a quanto lavoro si potrebbe portare o far restare in valle se davvero avessimo quella capacità: inventare solo nuovi prodotti utilizzando vecchie tecnologie».
In questo panorama Internet che ruolo ha avuto?
«Importante. Per il mondo - fisicamente - è andato uno di noi. Ma poi dalla rete stiamo imparando a trovare nuovi componenti. Guardi qua: un anno fa il nostro strumento di riabilitazione - il Gloreha - pesava, chessò, una ventina di chili. Adesso alzi questa valigetta: saranno 3-4 chili. Abbiamo trovato componenti più leggeri. Il motore da olio-aria è diventato elettrico. La Rete ci ha aiutato a trovare nuovi fornitori».
È possibile che in Idrogenet entrino nuovi soci. Siete aperti o chiusi?
«Tutto è possibile. A tempo debito se ne parlerà. Ma io credo una cosa semplice: perchè non dovrebbero nascere altre Idrogenet? Io credo che Lumezzane abbia la capacità di far nascere 10-100 Idrogenet, ovvero aziende che cominciano a pensare di mettersi insieme per fare altro rispetto a quanto sin qui fatto.
È questo quel che Idrogenet ha insegnato a noi: che si può, che se si vuole partire da qualche parte si arriva: magari non è l'idrogeno (come noi immaginavamo agli inizi) ma è il biomedicale e dintorni e probabilmente nel futuro sarà altro. Ma va bene lo stesso».
Gianni Bonfadini
g.bonfadini@giornaledibrescia.it

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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