BOVEZZO
Lui è la conferma che, qualche volta, l'operazione riesce; e cioè che quando si eredita un'azienda - se vuoi farla per davvero diventare tua - te la devi, in qualche modo, ricomprare. In senso metaforico, s'intende. Ma capisci che lui se l'è rifatta sua perché ci ha messo un sovrappiù di suo, perché oggi Flos non è solo quel che è sempre stata - ovvero un grande marchio nell'illuminotecnica - diventando, con 110 milioni di ricavi, un'aziendona nel senso che i bresciani assegnano a questa cosa e cioè che «una fabbrica è quel che fattura». «Ci andrei un po' più cauto. Quando la gestione è passata a me, Flos era già una grande azienda e un grande marchio», dice.
Lui è Piero Gandini, figlio di Sergio. Adesso tocca a lui far crescere l'azienda. Non è uno che ama le perifrasi. Quando gli dico che abbiamo in ballo questa serie sul futuro possibile non si tira indietro, anche se intuisco che la cosa non gli fa fare salti di gioia.
È asciutto nei giudizi: sulla politica, i giovani, gli imprenditori. Non mi pare ci sia arroganza; solo il tono di chi ama l'Italia e se la vede «scendere gradino dopo gradino»; è radicale (ma è un complimento) nella visione e nei giudizi. Non è più tempo di pannicelli caldi, servono - dice - «messaggi e azioni forti, perché il declino è cominciato».
Cominciamo bene. Il futuro è nero...
«Dipenderà da noi. Io lo avverto questo declino, mi pare si accentui. Rifletta su una cosa. Perché l'Italia è molto amata all'estero ma così poco rispettata? È l'esatto opposto di quel che accade ai tedeschi: loro non li amano, ma li rispettano. E quando dico rispetto intendo dire mercato e lavoro, perché è grazie a quel rispetto - quindi all'immagine che si sono costruiti, che a sua volta è frutto di lavoro e metodo - i tedeschi sono diventati quel che sono. Noi continuiamo ad essere amati per quel po' di creatività che ci resta e per la storia che abbiamo alle spalle, ma siamo deboli perché non abbiamo strategia».
È una fotografia efficace, ma che non spiega le cause.
«Noi soffriamo perché abbiamo rinunciato a soffrire. Non è un gioco di parole. Stiamo rinunciando a dare il meglio di noi, come abbiamo fatto per tanto tempo. Ci siamo dimenticati dell'Italia del Dopoguerra: c'erano i sacrifici, c'era anche la voglia di uscire dal disastro, c'era un progetto, c'erano idee e cultura (si pensi al nostro cinema) che alimentavano una prospettiva. Bisogna tornare un po' a quello spirito. E invece abbiamo interpretato quella rinascita come un fatto di astuzia e non di intelligenza; abbiamo creduto che fosse una questione di scorciatoie da individuare più che di un cammino, a volte faticoso, da intraprendere. E quindi continuiamo a fare un po' troppo i furbi. O riscopriamo il piacere della rinuncia e quello della progettualità o resteremo incartati nella mediocrità.
Tenterei di entrare ancor più dentro. D'accordo: siamo un po' troppo furbi. Ma per ribaltare la prospettiva da dove bisogna partire?
Io partirei da una precondizione: i nostri riferimenti dovrebbero essere il coraggio e la qualità. Le cose si fanno se rispondono preliminarmente a questi due criteri: coraggio e qualità.
Andiamo ancora più dentro. È un riferimento alla politica?
«Anche. Ma in primo luogo è una valutazione che tutti noi dovremmo fare. Dovremmo chiederci: siamo d'accordo che per cambiare rotta servono coraggio e capacità? Se sì cominciamo. Da dove? Partiamo dalla politica. Lo spettacolo è modesto? Cambiamolo. Li abbiamo eletti noi. Se non ci vanno bene cambiamoli. Ma non è solo la politica che deve cambiare. Io resto sorpreso dalla pavidità di quella che un tempo veniva definita la grande borghesia che oggi non trova di meglio che investire nel calcio anziché essere committente intelligente di artisti oppure lanciare progetti innovativi sui giovani, ad esempio».
A mio parere è l'emergenza delle emergenze: i giovani, la loro devastante precarietà.
«Sono d'accordo, ma ci sono molti distinguo. Io credo che un'azienda che non si affida ai giovani manca di futuro. In Flos non assumiamo nessuno oltre i 40 anni. Certo, io ne ho 47, ma qui - per evidenti ragioni - devo restare. Ma se devo pensare ad un futuro per quest'azienda lo immagino se in fabbrica vedo gente giovane. Poi c'è anche la questione del precariato, però senza farne un monumento. Intendo dire: che ci si dia un po' più da fare, anche. A Miami ho incontrato un taxista che a me è parso sereno: aveva 75 anni, aveva perso il classico lavoro fisso e si era reinventato quel lavoro. Il welfare americano - lo riconosco - ha più di una lacuna, ma non si può sempre pensare che tutto sia sempre dovuto. Non possiamo far passare l'idea che o si balla sul «cubo» o si è precari a vita. Conosco decine di giovani che faticano, che si sono fatti esperienze all'estero e che poi tornano. Anche ai giovani va chiesto un cambio di marcia, così come alle imprese va chiesta più serietà, ad esempio in materia di pagamento delle tasse. Userò un termine inconsueto in chiave economica: serve un po' più di generosità da parte di tutti.
Veniamo alla Flos che resta una sorta di «anomalia positiva»: è fra i pochi grandi marchi bresciani.
«Questo è un problema per Brescia: avere pochi marchi riconosciuti. È stato un errore dei nostri imprenditori. Lumezzane non ha nulla da invidiare - industrialmente parlando - ad Omegna, nel Novarese. Eppure là sono nate la Bialetti e la Alessi: è perché sono stati più bravi, più veloci nel capire cosa poteva significare investire sul marchio. È un fatto di cultura: qui pecchiamo. Così come pecchiamo - cambiando totalmente registro - su un altro tema: quello dell'integrazione. Io amo la città e la ritengo bella e buona. Ma quei disperati che sono andati sulla gru qualche ragione l'avevano, perché non puoi pensare di tenerti la gente quando ti serve e poi buttarla. Anche qui è una questione di cultura: chi capisce prima le opportunità dell'integrazione ha un vantaggio competitivo».
Restiamo sulla Flos. Ci si chiede come si possano fare utili così alti.
«Facciamo utili, sì. Ma le confesso una cosa: quando decidiamo di fare un prodotto, mai lo immaginiamo per fare tanti soldi. Il ritorno economico immediato non è la nostra matrice-guida. Immaginiamo di fare cose belle ed utili sperando anche di guadagnare. Guardi che è un lavoro faticoso, ma - come in tutte le cose - la fatica non è garanzia di successo. Ma non conosco altre alternative e non voglio percorrere scorciatoie».
Gianni Bonfadini
g.bonfadini@giornaledibrescia.it
All'estero l'Italia è molto amata ma assai poco rispettata. Perché?
È il contrario di quanto capita alla Germania. Pensiamo di essere furbi, ma stiamo perdendo spazi. Qui servono scelte «radicali».

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