martedì 22 maggio 2012
 
design

Manici, maniglie e pomoli - un concorso per giovani talenti bresciani

Sembra il titolo di una fiaba d'altri tempi, ma “Manici, Maniglie e Pomoli” con il passato a ben poco a che fare. Il concorso per designer bandito da Pintinox, l'azienda di Sarezzo leader nella produzione di casalinghi in acciaio inossidabile, vuole invece mettere alla prova la creatività dei giovani talenti bresciani, per la realizzazione di prodotti innovativi e attuali.

L'iniziativa è rivolta a tutti gli iscritti e laureati delle più prestigiose realtà del nostro territorio, dedicate alla formazione delle nuove leve del design: il Corso di Laurea in Disegno Industriale e quello di Laurea Magistrale in Ingegneria Edile-Architettura dell’Università di Brescia, l’Accademia di Belle Arti SantaGiulia e Machina Lonati Fashion and Design Institute; la Laba - Libera Accademia di Belle Arti.

Il concorso ha come oggetto l’ideazione e il disegno di un set di maniglie per una nuova linea di pentole e padelle. In particolare i candidati si potranno cimentare con due diversi set di maniglie (manico per padella, maniglie per pentola e pomolo per coperchio). Il primo da applicare ad una linea Pintinox di pentole con fusto cilindrico in acciaio lucido o satinato, il secondo a corredo di un modello di pentola con corpo in alluminio.

La scelta delle tecniche e dei materiali è lasciata al concorrente, che dovrà comunque rispettare alcune prerogative: tutte le parti che potranno entrare in contatto con il cibo dovranno essere adatte al contatto alimentare e i materiali dovranno essere idonei al lavaggio in lavastoviglie.

I progetti verranno giudicati prestando attenzione al loro grado di innovatività e ergonomicità. Dovranno essere facilmente realizzabili su scala industriale, originali e creativi.

La partecipazione al concorso è gratuita e la scadenza per la consegna dei progetti è fissata per il 5 ottobre prossimo.

I primi classificati riceveranno, durante la cerimonia di premiazione, che si svolgerà l'11 ottobre all’Aula Consiliare della Facoltà di Ingegneria dell’Università di Brescia, 1.000 euro (lordi) in denaro e un articolo della produzione Pintinox.
Potete accedere al bando del concorso, cliccando qui

Pubblicato: 16 maggio 2012

Termoarredo Methea: tradizione e innovazione, insieme

Methea - il prototipo a 10 moduli

Methea - il prototipo a 10 moduli

Coniugare il design più accattivante e moderno, con le tradizioni secolari delle sue radici. Methea, il progetto ideato da Alberto Solazzi, designer di Ghedi con origini familiari in Valcamonica, ha voluto rivisitare la stufa economica, immancabile nelle cucine dei suoi avi, e trasformarla in un termoarredo moderno, ma con un gusto antico, nel quale la pietra ollare diventa un veicolo di calore per l'ambiente-casa.

Il progetto è stato oggetto della sua tesi per la laurea magistrale in disegno industriale al Politecnico di Milano e ha meritato una menzione speciale alla settima edizione del Lucky Strike Talented Designer Award, il prestigioso premio aperto a diplomati e laureandi di tutti i rami del design, ideato e promosso dalla Raymond Loewy Foundation Italy.

Il designer Alberto Solazzi

Il designer Alberto Solazzi

“Attraverso moduli in pietra ollare, disegnati con una forma in equilibrio tra efficienza termica e controllo del peso – racconta Alberto - è possibile portare con sé il calore e usufruirne in diverse azioni quotidiane: riscaldarsi, intiepidire i cibi o abiti, stirare passivamente, ma anche giocare”.

Methea (clicca qui per accedere a un video dedicato al prototipo) si compone di un elemento principale ad alimentazione elettrica, la parte attiva scaldante del sistema, nel quale vengono alloggiati dei moduli in pietra ollare asportabili, disposti in linea (5 o 10, a seconda della versione prototipale). Ogni modulo, a contatto con la parte scaldante, accumula calore per poi rilasciarlo gradualmente grazie alla propria inerzia termica.

Il cuore del progetto sono i moduli lapidei: “sono in pietra ollare della Valtellina e pesano poco più di 2 chili e mezzo –  continua - grazie a macchine a controllo numerico, i moduli vengono tagliati, sagomati e levigati, seguendo una geometria studiata per migliorare l'affordance e la relazione con il corpo”.

Ogni elemento ha un'impugnatura e un foro che permette di appenderlo ad un qualsiasi gancio passante, oppure di corredarlo con un cordino in cuoio colorato - fornito con il prodotto – che lo personalizza e lo rende riconoscibile.

“Sulla superficie di ogni modulo sono incisi 5 pittogrammi che suggeriscono all'utente alcune funzioni possibili. Si può utilizzare la pietra per scaldare il proprio corpo. Proprio come avveniva in passato, è possibile utilizzarla come scaldaletto passivo o quando siamo stesi sul divano davanti alla tv, utilizzarlo come una boule dell'acqua calda. Si può anche, come avveniva in passato, porre la mattonella calda sopra a una pila di panni piegati, per stirarli passivamente, riscaldare il pane o tenere in caldo bevande o pietanze. Si possono intiepidire i vestiti, prima di indossarli, o riscaldare gli asciugamani. Ogni modulo si può anche trasformare in una lavagna sulla quale disegnare e scrivere con i gessetti colorati.

Con Methea puoi scaldare i vestiti

Con Methea puoi scaldare i vestiti

Le proprietà termiche eccellenti della pietra ollare consentono di pianificare cicli di utilizzo sostenibili, a basso consumo energetico ed economico. Ogni processo di accumulo dura 15-20 minuti per ogni modulo e si basa su una potenza media di 60W. Ciò significa che ogni processo consuma circa 95w/h, nella versione Methea a 5 moduli, e circa il doppio nella versione a 10.

“Per dare un'idea – spiega Alberto -, se il sistema funzionasse costantemente e per 24 ore (cosa che non avviene nella realtà pratica), consumerebbe al massimo rispettivamente 7Kwh e 14Kwh. Calcolando che il costo medio del kwh in Italia è di 0,15 € cent, si spenderebbero 1,05 € o 2,1 € al giorno”.

L'input del progetto - realizzato sotto la guida di Flaviano Celaschi, docente di Disegno industriale al Politecnico di Milano e coordinatore l’Unità di Ricerca e Didattica Advanced Design, e anche con la supervisione di Chiara Moreschi, uno dei più importanti talenti del design contemporaneo sulla scena milanese - nasce dalla rilettura di una tradizione “nella quale la stufa economica ha rappresentato, per generazioni di contadini, operai e in generale per le classi sociali medio-basse, il sistema domestico più efficiente per razionalizzazione delle risorse– dice Alberto –. Questo tipo di stufa era una macchina complessa, capace di materializzare e scambiare energia, regolando i flussi e le abitudini della famiglia. La sorgente di calore era anche sorgente di funzioni e comportamenti: acqua calda, brace e fumi alimentavano sistemi per cucinare, scaldare, stirare e asciugare.Con l'evoluzione tecnologica, che ha portato a sistemi più moderni (termosifone, termoarredo, riscaldamento a pavimento) con un sistema diverso per ogni funzione, si è persa la loro versatilità”.

Alcuni dei diversi usi possibili delle pietre ollari di Methea

Alcuni dei diversi usi possibili delle pietre ollari di Methea

Così, nell'epoca della cultura wireless e dei dispositivi a batteria, Alberto ha pensato di utilizzare la pietra ollare in modo inedito e trasversale. “Il progetto Methea – conclude - vuole re-interpretare la tradizione, attraverso un oggetto tecnologico, adatto ai linguaggi espressivi contemporanei, che tuttavia stimola comportamenti dimenticati e ne inventa di nuovi”.

Il prototipo di Methea è frutto di un percorso di ricerca in continua evoluzione “non è l'unico termoarredo in pietra che ho progettato – conclude -. Con il team dello Studio Smarck, un laboratorio d'innovazione nei campi dell'architettura, del design e della comunicazione, abbiamo già proposto altri progetti, e siamo disponibili a condividerli con aziende del settore, aperte al rinnovamento e alla ricerca”.

Chi volesse approfondire l'argomento, può contattare Alberto, scrivendogli alla mail a.solazzi@smarckstudio.com

 

Pubblicato: 8 maggio 2012

L'albero della rugiada: un arredo urbano recupera acqua dall'aria

Sembra un gigantesco fungo, uscito dalle pagine di “Alice nel paese delle meraviglie” o un grande fiore dischiuso. E' un arredo urbano, ma non ha solo una funzione ornamentale. Dew Tree (in italiano l'albero della rugiada) nasconde una tecnologia, semplice e al contempo efficace, che permette di recuperare acqua dall'aria atmosferica.

Il progetto è stato sviluppato nel 2011 da Roberto Salodini (ventitreenne di Padenghe sul Garda) – sotto la guida del docente e architetto Timoty Power - per la sua tesi in Design al Politecnico di Milano. E si è classificato al secondo posto (scelto tra altri 127 proposte) alla settima edizione del Lucky Strike Talented Designer Award, il prestigioso premio aperto a diplomati e laureandi di tutti i rami del design, ideato e promosso dalla Raymond Loewy Foundation Italy.

“L'idea iniziale era pensata per rivalutare le aree urbane degradate – spiega Roberto - ma pian piano ci siamo resi conto che Dew Tree potrebbe essere molto utile, oltre che per sensibilizzare al recupero delle risorse naturali e ai problemi ambientali, per fornire acqua potabile in contesti, come ad esempio i paesi tropicali, dove l'umidità dell'aria è molto alta e le acque di rete sono poco salubri”.

Dew Tree riesce infatti a fornire acqua potabile attraverso la condensazione dell’aria armosferica. La sua parte esterna (clicca qui per accedere alle tavole che illustrano nel dettaglio la sua struttura) ha una funzione protettiva ed è in policarbonato. Nella parte interna superiore sono presenti due condensatori che assorbono l’aria dall’esterno e la filtrano. L'umidità dispersa nell'aria viene raffreddata e si condensa a rugiada, goccioline di acqua che si depositano in un serbatoio e vengono filtrate e potabilizzate attraverso un filtraggio e l’aggiunta di sali minerali. La struttura esterna è composta da quattro scocche nella parte superiore - grossi petali pensati per semplificare la manutenzione degli elementi posizionati all’interno - forate per aumentare la quantità d’aria che i condensatori possono attirare all’interno della struttura. Al di sopra delle scocche, una copertura inclinata protegge gli elementi interni più delicati.

L'acqua potabile prodotta viene distribuita attraverso un erogatore, dotato di una fotocellula, che si adatta anche alle comuni bottiglie di plastica. Il punto di erogazione è posizionato a 90 cm da terra: un'altezza ottimale per garantire la possibilità di attingere l'acqua anche ai bambini e agli utenti con problemi motori.

Per funzionare, l'albero della rugiada ha bisogno di elettricità. “I consumi stimati sono di circa 2 Kw/h – continua Roberto – e nulla vieta che l'energia necessaria sia green: prodotta da pannelli fotovoltaici”.

Secondo i calcoli degli autori del progetto “utilizzando condensatori commerciali è possibile ricavare un massimo di più di 150 litri di acqua al giorno (in condizioni di umidità relativa 90 % e 33 °C di temperatura atmosferica), che scendono a poco più di 100 litri al giorno con con umidità relativa 60 % e 27 °C”.

Il progetto di Roberto Salodini è decisamente interessante, ma ancora non ha trovato una collocazione sul mercato. Le aziende interessate alla sua produzione su scala industriale possono contattare Roberto, scrivendogli all'indirizzo nno.aux@gmail.com.

 Maria Cristina Ricossa

Pubblicato: 3 maggio 2012

Hotel for all: dopo gli ausili per il bagno, ecco i letti

Letti for all. E' anche stata progettata la configurazione matrimoniale

Letti for all. E' anche stata progettata la configurazione matrimoniale

I progetti di arredo “for All” della Facoltà di Ingegneria di Brescia si arricchiscono di nuovi contenuti. Dopo gli ausili per bagno, funzionali per chi ha limitazioni nella mobilità (clicca qui per accedere a un precedente articolo, pubblicato sull'argomento), ora si progettano letti dal design gradevole, progettati per rispondere alle esigenze di tutti. Anche di chi ha delle limitazioni fisiche o funzionali che richiedono un'altezza della seduta inferiore rispetto a quella standard.

Il letto for all, progettato per le strutture alberghiere, è stato oggetto del lavoro realizzato per la tesi di laurea, discussa tra lo scorso marzo e il prossimo 22 maggio, da Erica Fattori e Francesca Guerini.

“Lo scopo di questo lavoro – spiega Alberto Arenghi, docente del Dipartimento di Ingegneria Civile, Architettura, territorio e Ambiente (Dicata) della Facoltà di Ingegneria di Brescia – ha origini lontane. Mi occupo di accessibilità da una quindicina d'anni, nel corso dei quali ho lavorato sul tema delle barriere architettoniche, declinato anche sui centri storici e sugli edifici tutelati, ma non solo. Con Gabriele Baronio, docente del Dipartimento di ingegneria Meccanica e Industriale del nostro Ateneo, da qualche anno stiamo anche elaborando progetti per la realizzazione di arredi pensati per essere utilizzati da qualsiasi persona, indipendentemente dalle sue capacità motorie”.

Dalla condivisione delle rispettive competenze, quindi, è nato un progetto comune che mira, un passo dopo l'altro, a progettare tutti gli arredi di una camera d'albergo secondo una logica di accessibilità, che tenga conto di una fetta di popolazione - anziani o portatori di handicap – le cui esigenze vengono spesso trascurate.

Le due studentesse Erica Fattori e Francesca Guerini

Le due studentesse Erica Fattori e Francesca Guerini

“La normativa attuale in tema di accessibilità – spiegano Erica e Francesca – impone che negli hotel siano presenti due camere ogni quaranta con bagno accessibile a persone disabili. Di conseguenza a ciò, una struttura alberghiera di media grandezza è in grado di accogliere un numero esiguo di persone disabili”. La qualità estetica degli arredi e degli attuali ausili funzionali a persone con ridotta mobilità, inoltre, è assai scarsa. Da ciò consegue la riluttanza della restante utenza a servirsi delle due camere pensate per chi ha esigenze particolari.

Per superare questi problemi, il team di ingegneria ha pensato di migliorare l'accessibilità di tutte le stanze dell’albergo, in modo da renderle esteticamente gradevoli, oltre che funzionali per tutti.

“Abbiamo in primo luogo analizzato gli arredi standard presenti nelle camere di hotel a quattro e cinque stelle – spiega Gabriele Baronio - e deciso di lavorare a un letto innovativo, che è poi l'elemento di arredo che caratterizza l'intera stanza”.

I ricercatori di Ingegneria hanno quindi pensato a un nuovo letto al quale – con un semplice gesto - è possibile modificare l'altezza della seduta.

La struttura del letto

La struttura del letto

Il letto è costituito da una struttura centrale in legno, che sostiene la base a doghe e il materasso, sorretto a sua volta da due parallelepipedi, che lo percorrono in tutta la sua larghezza.
“La particolarità di questo arredo consiste nella possibilità di cambiare l’altezza da terra in modo manuale – continuano Erica e Francesca - e di passare dai 450 mm ai 600 mm,  facendo semplicemente ruotare i parallelepipedi che sorreggono la struttura principale. Un'operazione che può essere svolta senza fatica dal personale addetto a rigovernare la camera. Il movimento è reso possibile da una cerniera che collega i prismi al componente centrale ed è facilitato da due molle a gas poste all’interno di ogni parallelepipedo”. Pur consentendo un cambio di altezza, “il prodotto non ha l'aspetto anonimo e freddo, tipico del letto ospedaliero – continua Arenghi - e non è dotato di meccanismi elettrificati. Visivamente non presenta differenze rispetto ai comuni letti presenti sul mercato: il suo design è totalmente nuovo e accattivante, con colori e fantasie che si adattano perfettamente a tutti gli ambienti moderni, siano case private o alberghi”.

Lo studio realizzato a ingegneria non resterà solo sulla carta: i modelli di prova verranno costruiti nel Laboratorio di disegno industriale, di cui è responsabile il dott. Diego Paderno, e “la falegnameria Artigiana Legno di Cellatica, con la collabolazione dell'arch. Maria Chiara Bonetti, realizzerà il primo esemplare nelle prossime settimane – continua Baronio -. Il letto sarà in legno MDF, personalizzabile a seconda delle esigenze,  e non sarà particolarmente costoso”.

Il nuovo letto “for all” migliorerà il servizio che l'hotel offre alla clientela, permettendo la scelta della configurazione dell'arredo principale della camera. Inoltre l’albergatore, avendo a disposizione tutte le camere accessibili a tutti, potrà ospitare un maggior numero di persone con disabilità motoria, non obbligandole – nel caso di viaggi di gruppo – a pernottare, come spesso accade, in più strutture differenti.

Maria Cristina Ricossa

 

Pubblicato: 26 aprile 2012

Tecnologie per il Sud del Mondo: my little cookstove al Fuorisalone di Milano

My Little Cookstove, installata in Chad

My Little Cookstove, installata in Chad

La loro tensione verso l'innovazione ha finalità, oltre che scientifiche, umanitarie. Non si propone di incrementare la produzione industriale o di aumentare fatturati. Vuole invece fornire strumenti per migliorare la qualità della vita dei popoli in via di sviluppo.

Francesco Vitali e Simone Parmigiani, neo dottori di ricerca alla Facoltà di Ingegneria di Brescia, hanno realizzato, per la loro tesi, “my little cookstove” una stufa per la cottura dei cibi che può trovare applicazioni in numerosi paesi in via di sviluppo.

Il loro progetto si è fatto notare, al punto che ha recentemente vinto il concorso Design & ISud promosso da Designer senza frontiere e, in virtù di ciò,  viene presentato al Fuorisalone, evento satellite del Salone Internazionale del Mobile di Milano (dal 17 al 22 aprile al Circolo ACLI di Lambrate, via Conte Rosso, 5;  il 18 aprile, dalle 15 in poi, ci sarà un momento dedicato alla presentazione dei progetti a cui parteciperemo anche Francesco e Simone; clicca qui per ulteriori dettagli logistici sul loro intervento).

La stufa da cucina di Francesco e Simone ha una struttura semplice, realizzata con materie prime povere, ed è in grado di funzionare, con efficienza, bruciando un combustibile di scarto, alternativo a legno e carbone.

Simone Parmigiani e Francesco Vitali al Fuorisalone

Simone Parmigiani e Francesco Vitali al Fuorisalone

Mira ad aggiungere un nuovo tassello per la soluzione di un problema assai diffuso nel mondo: “per la cottura dei cibi, circa un terzo della popolazione della Terra non ha alternative alla combustione di legna o carbone – spiegano Francesco e Simone – . Una pratica realizzata spesso in modo molto rudimentale, con qualche pietra che sorregge una pentola sotto la quale viene acceso il fuoco”. I problemi più frequentemente connessi con la cottura a legna o a carbone, oltre all'efficacia del processo di cottura (spesso scarsa) sono sia ambientali che di salute: “legati, i primi, al rapido esaurirsi della risorsa combustibile a causa della deforestazione e della desertificazione. – continuano –. I secondi, invece, sono connessi all’inquinamento dell’aria domestica”. In molti casi, infatti, la cottura avviene in assenza di camini o cappe e i fumi si diffondono quindi liberamente nei locali. “Ciò determina una delle prime cause di mortalità nei Paesi in via di sviluppo, con stime che arrivano a calcolare 1,5-2 milioni di decessi all’anno”.

My little cookstove, è una stufa da cucina che utilizza per la combustione lolla di riso, ossia i gusci dei chicchi di riso. Un prodotto agricolo di scarto molto diffuso in alcuni paesi il via di sviluppo (tutti quelli dediti alla coltivazione del riso) e attualmente del tutto inutilizzato. Questo prodotto, però, non può essere bruciato nelle stufe tradizionali (“è un isolante termico e ha un potere calorifico molto basso – dicono Francesco e Simone –. Per cui senza uno studio accurato sulla geometria della stufa e sulla circolazione d'aria al suo interno non si ottiene una combustione efficiente”).

Lolla di riso

Lolla di riso

Francesco e Simone hanno realizzato una stufa semplice e al contempo sofisticata: “il processo di combustione/gassificazione, che permette lo sfruttamento energetico della lolla, è ottenuto con una struttura cilindrica realizzata con mattoni in terra cruda, completata da un reattore interno per il combustibile, in rete metallica, e da un camino, il cui tiraggio permette l’evacuazione dei fumi dall’ambiente domestico ed è indispensabile per creare i flussi d'aria necessari ai processi di gassificazione”.

La stufa è stata realizzata con un occhio attento ad affidabilità, buone prestazioni e sicurezza, all'adattabilità della stufa alla cucina locale e a tutti gli aspetti socio-culturali connessi, alla disponibilità nel paese in via di sviluppo (in questo caso, il Chad, dove è stata realizzata una parte delle sperimentazioni) dei materiali e degli strumenti necessari alla realizzazione. Il tutto, favorendo il recupero energetico di un combustibile 'povero'.

“Lo scopo ultimo – concludono – è creare, nel paese in via di sviluppo, un mercato locale gestito dagli stessi beneficiari della tecnologia, sia per la realizzazione delle stufe che per la gestione dei pezzi di ricambio. Il nostro progetto ha quindi anche una finalità sociale importante”.

La stufa è frutto di un intenso lavoro di ricerca, con un'impronta interdisciplinare importante. Gli aspetti più squisitamente tecnologici sono stati curati da Simone nell'ambito del Corso di dottorato in "Tecnologie e sistemi energetici per l'industria meccanica" (al Dipartimento di Ingegneria meccanica e Industriale dell'ateneo bresciano), mentre le competenze legate al contesto nel quale il nuovo dispositivo dovrebbe trovare applicazioni, sono stati curati in specifico da Francesco nell'ambito del Corso di dottorato in “Metodologie e tecniche appropriate nella cooperazione internazionale allo sviluppo” svolto in collaborazione con CeTAmb (Centro di ricerca e documentazione per la gestione dell'ambiente nei paesi in via di sviluppo) del Dipartimento di Ingegneria Civile, Architettura Territorio e Ambiente.

Il più, a Folzano, il Centro Studi della Scuola Fuspa  (clicca qui per leggere dettagli sulla loro attività, riportati sull'ultima edizione della rivista "Eco del Fuoco") di Anfus (Associazione Nazionale Fumisti e Spazzacamini) ha messo a disposizione le sue competente e gli spazi per approfondire gli studi di ottimizzazione del prototipo (clicca qui per accedere a un scheda sulla collaborazione) “Abbiamo messo a disposizione del progetto le nostre competenze – spiega Sandro Bani, ditettore del Centro Studi della scuola –, ma non solo. Insieme stiamo anche approfondendo alcune criticità delle tecnologie attualmente in essere (legate all'efficienza dei processi di combustione e di gassificazione, ma anche all'emissione di polveri in atmosfera). Non è da escludere che da questo particolare connubio tra noi e l'Ateneo di Brescia nascano importanti spunti per migliorarle in futuro".

Ma non è finita qui. Il team di Via Branze si sta arricchendo di nuove competenze: “Diego Paderno, responsabile del Laboratorio di Disegno Industriale di Ingegneria e alcuni docenti di Disegno Industriale si stanno interessando al progetto per gli aspetti legati al design”.

Le premesse per nuovi sviluppi del lavoro, già ora molto promettente, sono ottime, quindi, e lo saranno ancora di più se ai due ex studenti (che non possono più usufruire delle borse di studio legate al corso di dottorato) verranno offerte delle chance per restare in università.

Per avere dettagli sul lavoro realizzato da Francesco e Simone, potete contattarli via mail: simone.parmigiani@ing.unibs.it  francesco.vitali@ing.unibs.it

Maria Cristina Ricossa


 

Pubblicato: 17 aprile 2012

Eco Bike Design Contest 2012 punta sull'energia del sole

Logo di Eco Bike Design Contest 2012

Logo di Eco Bike Design Contest 2012

Una bici elettrica innovativa, alimentata con l'energia del sole, è il progetto da realizzare per concorrere all'Eco Bike Design Contest 2012, promosso da POLI.design (Consorzio del Politecnico di Milano) e Solsonica (azienda che produce celle e moduli fotovoltaici ad alta efficienza).

I designer (italiani o stranieri) sono invitati a presentare il progetto di una bici a pedalata assistita elettricamente e di una pensilina fotovoltaica per il ricovero e la ricarica.

Il progetto, inedito e sviluppato appositamente per il concorso, deve prevedere due oggetti (bici e pensilina) coordinati dal punto di vista funzionale ed estetico, in grado di veicolare i valori della mobilità sostenibile, dell’ecologia e delle scelte responsabili, oltre che coniugare il marchio aziendale di Solsonica.

Il bando di concorso (clicca qui per leggerlo) descrive nel dettaglio le caratteristiche tecniche del sistema fotovoltaico di alimentazione, da utilizzare nel progetto della pensilina, e le caratteristiche salienti della bicicletta (dotata di batteria autonoma e asportabile e consentire di convertire il funzionamento daassistita a veicolo a pedali).

Il termine fissato per la presentazione degli elaborati è il 29 giugno 2012. Dopodiché  una giuria di esperti selezionerà i tre progetti migliori. I finalisti accederanno a una seconda fase del concorso, durante la quale affineranno lo sviluppo del loro concept, servendosi dei dettagli di natura tecnica e delle informazioni di natura produttiva, relative alla tecnologia fotovoltaica, fornite da Solsonica.

Il montepremi totale del concorso ammonta a 7.000 euro (4.000 al progetto vincitore, 2.000 al secondo e 1.000 al terzo classificato).

Maria Cristina Ricossa
 

Pubblicato: 28 marzo 2012

Sara Ferrari, designer: il nuovo studio a Brescia e Baco al Salone del Mobile 2012

Sara Ferrari nel suo studio, con gli schizzi di Baco

Sara Ferrari nel suo studio, con gli schizzi di Baco

Avevamo già parlato di lei un anno fa, quando ancora l'ipotesi di tornare in Italia (forse a Brescia) era poco più che un desiderio (clicca qui per leggere il precedente articolo).

Bene, ora - da novembre scorso - l'atelier londinese di Sara Ferrari  si è trasferito a Brescia, in un ex laboratorio artigiano, in via Chiusure, dove da una porta scorrevole da capannone industriale, si accede a due stanze con un grande tavolo, una libreria spartana e l'immancabile angolo-relax con macchina per caffè espresso. Ovunque libri, immagini, piccoli prototipi e modellini in lavorazione.

La giovane designer, infatti, dopo più di quattro anni di esperienza a Londra, ha deciso di tornare a vivere e lavorare nella nostra città.

Una scelta coraggiosa, soprattutto di questi tempi:“in Inghilterra mi sono fatta le ossa e ho costruito la mia visibilità con una serie di autoproduzioni” spiega. Piccoli oggetti dalla grande personalità, alcuni dei quali hanno parecchio fatto parlare di sé.

“Sono tornata perché Brescia – continua Sara - mi sembra il posto giusto per trovare aziende di alto livello con cui collaborare”.

Il divano Baco di Sara Ferrari, per D3co

Il divano Baco di Sara Ferrari, per D3co

E a pochi mesi dall'apertura del suo nuovo studio già qualcosa bolle in pentola, o meglio, è già sulla tavola da pranzo:“al Salone del Mobile 2012 verrà presentato Baco, il mio nuovo divano modulare, progettato per D3co, azienda della Brianza”. Baco, prodotto con materiali naturali, ha uno schienale – coloratissimo – che come un grande cuscino, è appoggiato alla seduta senza bisogno di fissaggi. Un espediente che rende il prodotto versatile e facilmente trasformabile.

Per il resto, Sara sta “seminando”. Prende contatti, propone progetti, cerca di farsi notare, insomma, dalle realtà imprenditoriali del nostro territorio. “Dopo la mia esperienza inglese, so che posso offrire molto alle aziende di casa nostra – dice - Sono in grado di dare forma ad oggetti originali, siano essi bottoni, mobili, lampade o posate, ma posso anche curare l'immagine di un'azienda”. Cosa, quest'ultima, che ha fatto recentemente per CarpetEdition di Indikon, la realtà di Collebeato specializzata nella produzione di tappeti.

Certo, Sara sta bussando a molte porte. Il suo è un investimento continuo di tempo, lavoro, idee, che non sempre diventano prodotti o danno vita a collaborazioni. Ma non si perde l'animo e continua a cercare: “sono tornata perchè credo nella grande professionalità delle aziende bresciane – conclude – ora anche loro dovrebbero credere nella mia, non prima di avermi messo alla prova".

Maria Cristina Ricossa

Pubblicato: 19 marzo 2012

Alessandro Mendini alla Laba per l'inaugurazione del nuovo anno accademico

Un momento dell'inaugurazione alla Laba

Un momento dell'inaugurazione alla Laba

Ha la semplicità e la modestia dei grandi maestri. Alessandro Mendini, ospite ieri alla Laba per l'inaugurazione del nuovo anno accademico, è un poeta delle forme. Un funambolo in bilico tra le modalità espressive le più diverse, che fanno delle sue creazioni, siano prodotti industriali, disegni, sculture o architetture, oggetti unici e mai scontati. Nel corso dell'incontro alla Libera Accademia di Belle Arti di Brescia, nel corso di un colloquio-intervista condotto da Franco Migliaccio (storico dell'arte) e Marco Poma (regista, Studio Metamorphosi), Mendini ha raccontato al pubblico (per lo più di giovanissimi) la magia del suo processo creativo, il cui segreto sta “nel desiderio di comunicare, di un timido, quale sono”.

Si definisce cleptomane e superficiale, il grande Mendini, raccontando le sue modalità di lavoro, fatto di momenti solitari, nei quali realizza i suoi schizzi, e momenti di condivisione con chi padroneggia le tecniche, indispensabili per realizzare le sue opere: “io sono un iper-dilettante – dice – e sono debitore a tutti gli esperti, siano essi i maestri vetrai di Murano o gli specialisti dello stampaggio rotazionale, che mi permettono di trasformare l'idea in realtà”. Lui coordina e ascolta, come un direttore d'orchestra che, grazie al talento e al sapiente lavoro dei suoi musicisti, rende unica l'armonia.

Dietro la modestia e la semplicità di Alessandro Mendini, tuttavia, si nascondono sessant'anni di una poliedrica attività professionale, che fanno di lui una vera autorità nel suo campo, a livello mondiale. E' un architetto, ma realizza oggetti, mobili, ambienti, pitture, installazioni, oltre che architetture. Ha diretto le riviste Casabella, Modo e Domus, e collabora con Alessi, Bisazza, Philips, Cartier, Swatch, Hermés, Venini. E' membro onorario della Bezalel Academy of Arts and Design di Gerusalemme, gli è stato attribuito il Compasso d'oro per il design, è Chevalier des Arts et des Lettres in Francia, ha ricevuto l'onorificenza dell'Architectural League di New York e la Laurea Honoris Causa al Politecnico di Milano e all'Ecole normale supérieure de Cachan in Francia (clicca qui per leggere la sua biografia). Un successo costruito anche grazie a un costante lavoro di aggiornamento: “necessario per far si che le mie creazioni entrino in sintonia con il trand sociale, politico e culturale del mondo in cui vivo”.

I suoi consigli ai giovani della Laba, si possono riassumere così: “siate curiosi e umili. Imparate a copiare le grandi opere, ma non per plagio. Perché ne riconoscete il valore e per imparare a padroneggiare le tecniche utilizzate per la loro realizzazione. Partite da questo per creare il vostro metodo di invenzione – dice -. Oppure potete muovervi su terreni inesplorati: azzerate il mondo esterno, uscite dalle convenzioni e inventate secondo la vostra personale visione”.

Alla Laba, alla quale riconosce “un'atmosfera di empatia tra chi impara e chi apprende, rara nelle accademie”, Mendini ha partecipato come membro della giuria al concorso “Panchina per Laba” (clicca qui per leggere l'articolo che già è stato scritto sull'argomento). Al termine della sua conferenza, preceduta dall'intervento del direttore della Laba, Roberto Dolzanelli (clicca qui per leggerne i contenuti), e di Andrea Arcai, assessore alla cultura e all'istruzione del Comune di Brescia, Alessandro Mendini ha proceduto alla premiazione dei progetti migliori, presentati al concorso. Il primo premio, una borsa di studio, è andato al progetto di Rovena Colombelli e Valentina Saleri (clicca qui per accedere al progetto) per “la forte e originale immagine iconica; per la possibilità di uso performatico, personalizzata sulla Laba”. Secondo classificata, la creazione di Maurizio Lazzaroni (anche per lui il premio è stato una borsa di studio) “per l'interpretazione originale della panchina urbana, connotata da buona ergonomia, attenzione tecnica ed ecologica, linguaggio evoluto” (guarda i disegni). Terzi, invece, Jacopo Alfano e Daniel Viavattene, che hanno progettato una panchina “con un risultato tradizionale ed elegante, improntato alla sintesi” (clicca qui per vederla), premiati con un abbonamento alla rivista Domus.

Maria Cristina Ricossa


 

Pubblicato: 13 marzo 2012

Acqua, gatti e caloriferi. A&D Project premia l'eco-creatività

Daqua - di Nicola Loi e Andrea Maffezzoni

Daqua - di Nicola Loi e Andrea Maffezzoni

Daqua, Bastet e WarmWelcome - idee creative e green, frutto del lavoro di designer qualificati, giovanissimi e in cerca di un'occasione per trasformare la loro professionalità in una professione – i progetti vincitori del concorso “ECO SOSTENIBILITA’ dei materiali ed ECO SOSTENIBILITA’ dei processi produttivi”, bandito da A&D Project  in occasione dell'edizione 2012 di BRESCIA CASA DESIGN.

Al primo posto si è classificato Daqua, un depuratore a osmosi inversa realizzato da Nicola Loi e Andrea Maffezzoni , entrambi laureati in Disegno Industriale alla Facoltà di ingegneria di Brescia (clicca qui per accedere al sito che hanno realizzato per dare visibilità alle loro creazioni). “Normalmente i depuratori a osmosi inversa sono ingombranti e non hanno un design gradevole. Vengono spesso nascosti negli armadietti sotto il lavandino - dicono Nicola e Andrea –. Daqua, invece, oltre ad essere un depuratore, è un oggetto d'arredo  dalla forma semplice e allo stesso tempo elegante(tutta la tecnologia per la depurazione dell'acqua è racchiusa in un involucro dello spessore di soli 8 cm), che abbiamo progettato pensando a uffici, studi o aziende. Ora che il prototipo ha riscosso i consensi di una giuria di esperti, speriamo di trovare un'azienda disposta a produrlo su scala industriale”. La vittoria al concorso è sicuramente un successo per i due giovani designer, anche se non è la prima volta che i lavori di Nicola e Andrea fanno parlare di sé: la loro Frecciamela, un inusuale portafrutta da parete, è stato presentato al Salone Satellite 2011 della Fiera del Mobile di Milano e Trillo, il progetto realizzato da Andrea per la tesi di laurea (un'innovativa custodia per violino) è stata oggetto di un precedente articolo, pubblicato sul nostro sito (clicca qui per leggerlo).

Bastet - di Giovanni Tomasini

Bastet - di Giovanni Tomasini

L'argento è andato invece a Giovanni Tomasini per il Progetto Bastet, il vaso-cuccia per gatti del quale abbiamo già parlato in un precedente articolo (clicca qui per accedere). Giovanni si è diplomato alla Laba e ora è uno dei 12 giovani creativi di MachinaImpresa, l'incubatore di talenti nato un anno fa a Brescia, che offre consulenze alle imprese nell'ambito di marketing, comunicazione, design e moda. Il suo Bastet aveva già avuto modo di farsi notare. Era stato infatti inserito nell'annuario Young Blood 2010, dedicato ai giovani talenti italiani dell'arte e della creatività, premiati in concorsi nazionali e internazionali.
Purtroppo, nonostante la fiducia accordata a Bastet dagli addetti ai lavori, il progetto non ha ancora trovato una collocazione industriale. “Spero che il concorso possa fare da trampolino di lancio per il mio progetto – dice Giovanni –. Ora, per rendere il vaso-cuccia più appetibile per le aziende, sto arricchendo Bastet con nuove funzionalità. Grazie a un semplice kit, si potrà anche trasformare in tavolino, pouf o in un contenitore”.

Warm Welcome - di Federica Montresor

Warm Welcome - di Federica Montresor

A Federica Montresor è stato invece assegnato il terzo premio, per il progetto Warm Welcome, un termoarredo dal design elegante, pensato per adattarsi alle esigenze di spazio tipiche delle abitazioni più tradizionali (clicca qui per leggere i dettagli del progetto). “Warm Welcome è nato nell'ambito di una collaborazione con Hotech, azienda bresciana che produce termoarredi di design con tecnologie innovative – spiega Federica, laureata in Disegno industriale alla Facoltà di ingegneria di Brescia – il nuovo termoarredo verrà probabilmente inserito nel catalogo dell'azienda”.

Maria Cristina Ricossa 

 

Pubblicato: 6 marzo 2012

Apre i battenti Brescia Casa DESIGN

Oltre 150 espositori, uno spazio per i giovani designer, un concorso per valorizzare i nuovi talenti. E in più workshop e un servizio di consulenza per riprogettare la propria casa. L'edizione 2012 di Brescia Casa DESIGN, che aprirà i battenti il 2 marzo, si preannuncia ricca di novità.

L’ingresso del padiglione è dedicato alla seconda edizione di A&D Project, dedicata al design 'green'. L'iniziativa, ideata dal Prof. Dario Polatti e costruita sulle alleanze tra mondo accademico, Brixia Expo Fiera di Brescia e C.C.I.A.A. di Brescia, si è già coniugata in un concorso dal titolo “Eco Sostenibilità dei materiali ed Eco Sostenibilità dei processi produttivi”. I tre oggetti reinventati dai rispettivi giovani talenti del design partecipanti al concorso, verranno premiati nel corso della cerimonia prevista per il 3 marzo alle 18.00, nello spazio mostra dove sono in esposizione anche tutti gli altri progetti che hanno partecipato.

Nell'ambito di A&D Project prenderà vita anche l’esposizione collettiva dal titolo: “Le espressioni dell’arte”, una mostra-mercato di design autoprodotto, dove giovani designer metteranno in vendita le proprie opere (oggetti unici di design, dipinti, fotografie, sculture) a prezzi accessibili.

Nell'ambito di 'Brescia Casa on Demand 3D - la tua casa in un click', realizzata in collaborazione con Machina Impresa, un gruppo di professionisti saranno a disposizione del pubblico, che potrà richiedere gratuitamente la riprogettazione grafica del proprio spazio abitativo, ripensare colori, arredi e nuove superfici per cambiare volto alla propria casa (per accedere a questa opportunità è consigliabile richiedere un appuntamento, inviando una mail a bresciacasaondemand@fierabresciacasa.it).

Il tradizionale spazio espositivo, ospita poi un centinaio di marchi dei settori: arredo, accessori e servizi per la casa, giardino, finiture d’interni ed esterni, servizi ed edilizia.

Nello spazio wedding “Carlotta si sposa”, realizzato in collaborazione con Claire's wedding planner e con la sponsorizzazione di Zani&Ranzenigo, saranno presenti gli espositori che operano nel mondo nuziale. Qui, domenica 11 marzo alle 17.30, è prevista la sfilata di Domo Adami.

Seguendo il percorso espositivo il visitatore entrerà infine nell’area dC dentroCasa design, 7.000 mq per oltre 50 espositori, che offriranno al pubblico una nuova sezione con un’area lounge dove è previsto un programma di intrattenimento.

La sezione workshop, realizzata in collaborazione con Ips Consulting e Csp Resourcing, è invece dedicata ad iniziative di formazione per architetti e altri operatori del settore e a convegni realizzati in collaborazione con l’ordine degli Architetti di Brescia.

Clicca qui per leggere il programma degli eventi previsti e qui per vedere l'elenco degli espositori.

Maria Cristina Ricossa
 

Pubblicato: 28 febbraio 2012