martedì 22 maggio 2012
 
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Tanto di cappello!

Cari lettori del mio Blog!

Nel quadro del programma di scambio di ricercatori “Cariplo – MIT” è in questi giorni a Brescia il Prof. C. Forbes Dewey Jr., co-Direttore del Consorzio Internazionale per la Tecnologia di Imaging medicale, e responsabile di un Laboratorio al MIT di Cambridge. Nel suo Laboratorio la Prof. Sansoni ha condotto attività di Ricerca nel trimestre settembre-dicembre dello scorso anno.

Non ci sarebbe nulla di strano in questa visita, se non il fatto che il Prof. Dewey ha … settantasette anni compiuti da poco. Il giorno di Pasqua eravamo insieme a pranzo, e mi raccontava di sé. Alla mia domanda se non sia il caso, per lui di “andare” in pensione di fatto, oltre che formalmente, ha prontamente risposto la moglie, dicendo che il marito sta addirittura fondando un’altra società di start-up con alcuni collaboratori! E non una società qualsiasi: una società che, a suo dire, dovrebbe rivoluzionare l’iter di preparazione di nuovi farmaci inserendo, a monte delle fasi di sperimentazione in vitro e in vivo, una fase di sperimentazione “virtuale”, o simulazione al computer, che metta in luce, a partire da grandi moli di dati, l’interazione del farmaco con il suo ambiente organico, da solo o con altri farmaci. Questa simulazione dovrebbe, con un grado di efficienza impensabile, prevedere l’efficacia del farmaco o delle miscele di farmaci con spese di ricerca nettamente inferiori, tempi rapidi e minore sforzo umano.

“Non pensiamo che ce la possiate fare”, dicono in molti della sua iniziativa, e lui ribatte: “Perché no?”. E prosegue nel suo progetto, convinto che se questo ha successo, i tempi e i costi per la messa sul mercato di nuovi farmaci potrebbero diminuire di un fattore dieci.

Il mio stimolo quasi parossistico ai giovani ricercatori e assegnisti di ricerca, e ai loro Tutor Accademici, a portare sul mercato i loro prodotti della ricerca e la loro proprietà intellettuale, impallidisce di fronte a questo esempio di freschezza intellettuale e di spirito di imprenditorialità da parte del Prof. Dewey. L’aver già messo in campo numerose start-up in svariati settori produttivi, tutte nella cerchia dorata di imprese intorno al MIT, il non essere pago di quanto fatto e il persistere nel produrre società e nel promuovere i suoi giovani è veramente encomiabile, e può venire assunto ad esempio per molti di noi, specie in periodi in cui le varie riforme pensionistiche possono far venire la tentazione di “tirare i remi in barca”.

Gli ho chiesto che cosa lo spinga a continuare. Mi ha risposto: “Il fatto è che, quando cominci una nuova attività, non ti ricordi quanto sia stato difficile mettere in piedi quella precedente”. Come è vero!

Ho voluto condividere questa mia esperienza con voi, cari lettori, perché penso che di esempi simili ci sia bisogno. Dunque, “Tanto di Cappello!”

Sempre a proposito di start-up, questa volta di casa nostra, mi fa piacere segnalare che è in fase di ultimazione la presentazione delle domande alla Regione Lombardia per la realizzazione dei cosiddetti “Distretti Tecnologici lombardi”, agglomerati di aziende high-tech che possano coagulare finanziamenti in modo meno dispersivo. Ebbene, una di queste domande è relativa al Distretto cosiddetto “Fotonica”, coordinato dal Politecnico di Milano e che vede presente la nostra Università con ben due Dipartimenti. Ciò che è più importante è che quattro delle dodici Società che si spera faranno parte del Distretto sono nostre start-up tecnologiche, nate e cresciute nell’alveo del nostro Laboratorio.

Modestamente (per il sottoscritto e i suoi collaboratori), un buon risultato!

 

Pubblicato: 11 aprile 2012

Coraggio!

Cari lettori!

Eccoci al numero uno del terz’anno di vita della Rivista sotto la mia direzione. Com’ero emozionato due anni fa, quando mi accingevo a scrivere l’editoriale! La continuità con la quale li leggete e li commentate mi ha piacevolmente sorpreso. Continute così! Questo è il numero della rivista che verrà distribuito ai partecipanti e agli espositori di Affidabilità & Tecnologie 2012. Dunque è doveroso un caloroso benvenuto a tutti coloro che hanno trovato nell’evento, che ha nella Rivista un suo portavoce e partner, un luogo per incontrarsi e discutere i temi dell’innovazione in comparti che anno dopo anno si arricchiscono.

L’evento si svolge ancora una volta nel contesto di un anno difficile per l’Economia mondiale e domestica, con le imprese che fronteggeranno un probabile decremento del PIL, nonostante gli sforzi che il Governo attuale fa per rilanciare lo sviluppo e i consumi (Decreti Liberalizzazioni e Semplificazioni). L’augurio ai miei lettori industriali è, ancora una volta, che presto ci possano essere le condizioni per una ripresa stabile e duratura.

Le Università si trovano, in questi mesi, occupate nel riordino strutturale derivante dalla necessità di adeguarsi ai requisiti della Riforma Gelmini (che peraltro sta subendo parziali correzioni proprio con il Decreto Semplificazioni). Questa, in aggiunta alle nuove procedure per la valutazione dei docenti e ricercatori Universitari, è una buona occasione per il corpo docente di trascendere l’autoreferenzialità che ha spesso caratterizzato il funzionamento delle strutture Dipartimentali e di Facoltà. Ne saremo capaci? A giudicare dalle prese di posizione di alcuni dei componenti della mia Facoltà, ho il dubbio che l’impresa sia ancora epica, ma sono fondamentalmente ottimista che la nuova governance porterà a un livello di responsabilizzazione adeguato.

Nei colloqui coi colleghi europei, qui in Portogallo, trovo che essi sono fortemente impegnati in una sana competizione tra le sedi Universitarie nazionali per l’eccellenza, sulla base del fatto che i migliori avranno più finanziamenti dallo Stato (e potranno accedere con più facilità a Progetti internazionali). Qui si sta lentamente procedendo in questa direzione, anche se il cambiamento è spesso percepito con una punta di fastidio e come un’imposizione.

Anche la capacità di produrre imprenditoria giovanile (start-up) è considerata un “must” all’estero, che viene ricompensato adeguatamente. Da questo punto di vista non mi sono certo sentito in soggezione, anzi l’opera svolta dal nostro Laboratorio che ha portato alla formazione di una decina di start-up nel campo dell’ottica e delle misure ottiche (uno degli articoli di questo numero è di una di queste) è stata particolarmente apprezzata e messa in evidenza anche con un pizzico di invidia. L’invito ai docenti e ai loro ricercatori/dottorandi dunque è di perseguire su questa strada. L’invito alle imprese è quello di aver fiducia negli start-up universitari come “anello di congiunzione” tra il mondo dell’Università e il bisogno di innovazione delle imprese.

Questa edizione dell’evento contiene un tema in più: la Fotonica. Si realizza un secondo obiettivo dell’editore A&T, di portare nuovi comparti tecnologici di punta al suo interno (il primo è stato l’ormai avviato comparto della Visione Industriale). Il nostro Paese vanta un’intensa attività di ricerca di eccellenza nella Fotonica (lo dimostrano i più di ottanta centri di ricerca pubblici o privati che vi operano), ma è carente nel numero di imprese attive nel settore. E’ il momento di fare emergere il settore anche in ambito industriale, e l’opera del CSI di A&T verrà destinata in parte anche a ciò, con iniziative in questo e nei prossimi eventi.

In questo numero, come negli altri tre numeri del 2012, il tema consiste in una Tavola Rotonda “virtuale” fra esperti di misure, appartenenti sia al mondo della Ricerca sia a quello dell’offerta di strumenti e servizi in questo specifico ambito. L’obiettivo è quello di delineare lo stato dell’arte, le possibili evoluzioni e i reali vantaggi per le imprese che affrontano le misure non come semplice “obbligo” ma come opportunità, operando scelte ragionate e consapevoli finalizzate al miglioramento competitivo. La prima Tavola Rotonda è dedicata alle misure dimensionali.

Seguono contributi sul tema “Misure Elettriche ed Elettroniche” con articoli selezionati dall’ultimo Convegno del GMEE e aventi maggiore rilevanza industriale, nonché articoli e stimoli su altri temi, ivi incluso quello dell’amico Mario Savino sul tema delle politiche energetiche, e quello del fondatore della Rivista Sergio Sartori che “dice la sua” riguardo alla rivoluzione nel Sistema Internazionale di unità.

A tutti auguro una buona lettura di questo numero, buon evento e buon lavoro. E, soprattutto, coraggio!

Questo editoriale viene pubblicato sulla rivista Tutto_Misure N. 1 del 2012, della quale Franco Docchio è direttore.

Pubblicato: 6 marzo 2012

Lavori in corso in Facoltà

Cari lettori del Blog!

Rieccomi a voi con questo contributo di Febbraio. Forse distratto dalle dolci onde dell’oceano in questa meravigliosa (oltre che tiepida e assolata, mentre in Italia nevica), parte del Portogallo, dove mi trovo per un convegno, stavo perdendo il senso del tempo e del mio impegno di tenervi aggiornati sulle vicende domestiche. Forse in “deficit di ossigeno” per una serie di eventi luttuosi che ha colpito la mia famiglia di recente, stavo cercando di “resettare” e di “tirare il fiato”, e quando si è trattato di mettermi a scrivervi ho passato un po’ di tempo senza trovare le parole. Poi, dopo una passeggiata sul bagnasciuga, ho raccolto le forze ed eccomi a voi.

Avrei voluto parlarvi del “Decreto Semplificazioni” del Governo, che mette mano ad alcune complicazioni presenti nell’aggrovigliata sequenza di leggi e decreti che dal 1980 (anno della famosa “382”) al 2010 (riforma Gelmini) regola i diritti e i doveri dei docenti e dei ricercatori. Tuttavia, poiché questo Decreto deve essere ancora firmato dal Quirinale, evito di entrare nel merito della questione. Anche perché alcune anticipazioni della carta stampata e della rete danno indicazioni fuorvianti e di parte del problema. Commenterò gli eventi “a bocce ferme” e a Decreto firmato.

Mi limiterò allora a fare qualche piccola considerazione, che prelude alla condivisione con voi di un documento che alcuni colleghi della Facoltà di Ingegneria (che stimo molto), vale a dire i Proff. Baroni (Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione), Lezzi (Dipartimento di Ingegneria Meccanica e Industriale) e Ciribini (Dipartimento di Ingegneria Civile, dell’Architettura e dell’Ambiente e Territorio) hanno elaborato nel quadro della discussione sulla struttura dei nuovi Dipartimenti che sostituiranno le Facoltà ai sensi della Riforma Gelmini e del nuovo Statuto di Ateneo a essa conforme.
 

Prima le considerazioni. Come vi dicevo mi trovo in Portogallo per un convegno. Mancavo da questo Paese da ventidue anni e l’ho trovato profondamente cambiato e molto più moderno (con qualche sofferenza devo aggiungere: più moderno del mio). Limitandomi alla ricerca Universitaria ho apprezzato la sua vivacità e la sua internazionalità, l’attenzione ai benchmark, all’internazionalizzazione “di fatto” (e non solo dichiarata), al reclutamento di giovani ricercatori con meccanismi semplici e immediatamente fruibili. In una frase: l’attenzione al perseguimento dell’eccellenza e la mancanza di autoreferenzialità. Per un Paese che spesso vediamo con supponenza considerandolo un “Paese che sta peggio di noi” è stato veramente una sorpresa: il Portogallo, dal punto di vista della ricerca, è allineato con la media degli stati Europei avanzati. Noi?

La seconda considerazione riguarda le reazioni “scandalizzate” di molti strati dell’opinione pubblica a due interviste televisive di esponenti del Governo. La prima, quella del Ministro Martone, tocca il problema dell’elevata età dei giovani che si laureano. “Sfigati” o meno (quante volte usiamo termini colloquiali senza che nessuno se ne abbia a male?), il problema è reale. In Italia gli studenti si laureano in ritardo (e abbandonano ancora troppo). La colpa è sia dei giovani che del sistema scolastico/universitario, ma anche delle famiglie. Il 3+2 (disatteso finora sia dagli studenti che dai Docenti) ha cercato senza successo di porre rimedio. E’ ora di pensarci.

La seconda, quella di ieri del presidente del Consiglio, mette in discussione il “posto sicuro”. Insorge chi mette sui due piatti della bilancia il posto sicuro e il precariato. Un illustre neurochirurgo besciano, amico mio, mi racconta della sua bravissima figlia che occupa un posto di prestigio a Londra. Stipendio all’altezza, benefit, possibilità di carriera… e clausola di possibile licenziamento con breve preavviso. Questo, cari lettori, non è precariato. E’ un posto sicuro, nei limiti in cui le condizioni esterne lo consentono (e che motiva la competitività). Preferiamo un posto sicuro all’italiana? E’ ora di pensare anche a questo.

Ed ecco il documento dei colleghi. Come ho scritto nel mio editoriale del mese scorso (“L’Università che cambia”) non sono un “fan” del Dipartimento unico (e i tre colleghi lo sanno), ma il rispetto che ho per loro, e il fatto che i lettori devono essere informati delle varie possibilità di sviluppo dell’Università (in questo caso della mia Facoltà) mi induce a riportare integralmente il testo. Al di là delle preferenze, questo documento è un “manifesto” per una struttura Universitaria moderna, al passo con il suo tempo, e in armonia con il Progresso tecnologico del Paese. Ho messo in corsivo le dichiarazioni sul Dipartimento unico: chi non è interessato tralasci.

Testo redatto dai colleghi di Ingegneria

Ingegneria ha necessità di disporre di un Piano Strategico da proporre all'Ateneo, che sia radicato nella positiva storia del nostro breve passato e fortemente legato al Territorio per divenire essa stessa motore a sostegno della crescita dello stesso in una congiuntura molto impegnativa.

Il Dipartimento Unico avrebbe la possibilità di rappresentare un'Entità autorevole e attendibile sia nei confronti degli Enti Locali sia delle Aziende orientate verso i mercati esteri (l'internazionalizzazione passa anche attraverso ciò) e verso quelli domestici, in sofferenza, oltre che di sostenere i necessari processi aggregativi di organizzazioni professionali e imprenditoriali, anche perché consentirebbe di affidare a qualche collega compiti specifici giustificati dalla massa critica. In ogni caso, in altre Università sussistono Dipartimenti di circa 180 studiosi.

Ingegneria ha necessità di divenire un Interlocutore Diretto, oltre che del Senato Accademico, del Rettore, del Consiglio di Amministrazione e del Nucleo di Valutazione nella complessa suddivisione delle competenze e delle responsabilità potendo garantire soluzioni innovative all'interno del processo selettivo che si sta avviando tra gli Atenei Lombardi e Nazionali, anche al fine di negoziare al meglio le eventuali forme federative con altre Università.

Il Dipartimento Unico godrebbe della massa critica necessaria per fare valere le proprie ragioni e per introdurre un processo di accompagnamento culturale al riassetto organizzativo posto in essere.

Ingegneria ha necessità di avere una Rappresentanza Forte in Senato Accademico e, in genere di potersi presentare in modo unitario nei rapporti dialettici con le altre Macro-Aree dell'Ateneo.

Il Dipartimento Unico innescherebbe una reazione positiva da parte delle altre Macro-Aree nella direzione del rafforzamento delle iniziative congiunte, essenziali per i canali di finanziamento internazionali.

Ingegneria ha necessità di avere una elevata coesione in termini di Gestione della Didattica nel senso dell'Internazionalizzazione e dei Processi di Accreditamento, legando maggiormente i primi due livelli a quello dottorale. Per questo motivo, qualora non venga adottata la soluzione di un Dipartimento Unico, è necessario concordare già in fase di proposte di istituzione dei Dipartimenti l'articolazione della Struttura di raccordo, la cui presenza o meno dovrebbe condizionare il processo decisionale stesso. Si osserva che il Preside(nte) della eventuale Struttura di Raccordo non sarebbe presente in Senato Accademico.

Ingegneria ha necessità di configurare una Visione di Sistema in materia di Ricerca che sia identitaria e al contempo aperta alla multidisciplinarietà che connoterà i principali canali di finanziamento alla Ricerca Industriale (Horizon 2020, Distretti Tecnologici, ecc.).

Il Dipartimento Unico si configurerebbe inizialmente come articolato in Sezioni non necessariamente corrispondenti ai Vecchi Dipartimenti con un processo di riaggregazione secondo Temi relativi all'Innovazione con aperture, verso altri Dipartimenti. Si tenga, poi, presente che solo Entità significative potranno essere Soggetti attendibili per, ad esempio, EIT.

Ingegneria ha necessità di mantenere economie di scala nell'Infrastruttura Didattica e di Ricerca.

Il Dipartimento Unico garantirebbe di evitare diseconomie e di sfruttare appieno le risorse umane e il potenziale strumentale e sperimentale disponibile in coerenza con il riassetto organizzativo dell'Ateneo.

Ingegneria ha necessità di porre in atto azioni di Orientamento, Tutorato, Mobilità Studentesca e Job Placement che, pur nell'ambito del coordinamento dei Delegati del Rettore, siano caratterizzate da una notevole autonomia e specificità.

Il Dipartimento Unico permetterebbe di avviare una seria attività che inizi con il Partenariato con le Scuole Secondarie per concludersi con l'Alumni.

Ingegneria ha necessità di assumere un Posizionamento Adeguato nei processi selettivi interni (in termini di acquisizione delle risorse e di reclutamento) che saranno basati sulla Valutazione (derivante da ANVUR e altro) e sull'Eccellenza.

Il Dipartimento Unico potrebbe in parte favorire questa opportunità.

Ingegneria ha necessità di impostare le attività legate al Trasferimento Tecnologico secondo criteri di coerenza tra diverse iniziative in essere (CSMT, CSEAB, U&I, Centro di Eccellenza, ecc.) e in base a una Politica relativa alla Proprietà Intellettuale.

Il Dipartimento Unico farebbe sì che vi fosse una maggiore integrazione tra una molteplicità di iniziative.

Ingegneria ha necessità di potenziare ulteriormente il Conto Terzi nella direzione di sfruttare al meglio le sinergie tra Saperi e Discipline differenti secondo un'azione di Marketing più efficace.

Il Dipartimento Unico permetterebbe di andare nella direzione del vero e proprio Partenariato con gli Enti Locali, le Istituzioni Finanziarie, gli Ordini Professionali, le Reti di Imprese, le Associazioni Settoriali di categoria, le Rappresentanze Sindacali.

A presto!
 
Franco Docchio
 

Pubblicato: 6 febbraio 2012

L’Università che cambia

Cari lettori!

Una ventata di ottimismo sta pervadendo finalmente il nostro Paese. Sono tempi di “sangue, sudore e lacrime” per i sacrifici che ci verranno imposti, ma c’è chi, con calma, pacatezza e buon senso, si sforza di convincerci della gravità della situazione (gravità colpevolmente sottaciutaci dalla precedente gestione) e del fatto che questi sacrifici sono essenziali non tanto e non solo per la sopravvivenza dell’Euro o della UE, ma per la sopravvivenza dei nostri figli! “Yes we can”, diceva Obama, “Yes we must”, diciamo noi!

La nuova compagine governativa annovera (finalmente) un Ministro della Ricerca e dell’Istruzione competente in Ricerca e Istruzione, che pur nella continuità con il precedente Ministro e senza voler stravolgere il sistema Universitario con un’altra riforma (l’Università non potrebbe sopravvivere al peso di un’altra riforma!), intende portare al sistema Universitario quella ventata di innovazione che ha portato al suo Politecnico come Rettore. In particolare cito una sua frase:

“Bisogna esprimere una visione strategica ampia e di medio periodo, con cui ridisegnare la relazione tra ricerca, formazione e sistema delle imprese. Occorre spingere l'acceleratore sulla internazionalizzazione della ricerca, su una relazione più stretta e sinergica con i singoli territori e le loro esigenze”.

Come si può non essere d’accordo con queste affermazioni? Se i fatti faranno seguito alle parole, un notevole impegno al cambiamento attende i docenti e i ricercatori Universitari da una parte, così come gli Imprenditori dall’altra. Liaison offices, trasferimento tecnologico (quello vero…), proprietà intelletuale, ma anche ricerca di base come propulsore delle idee innovative del futuro, queste dovranno essere le parole chiave che i ricercatori Universitari dovranno “interiorizzare” per un vero progresso scientifico-tecnologico del Paese.

Buon lavoro, signor Ministro: tuttavia una richiesta l’avrei, anche a nome dei miei colleghi: così come giustamente si vogliono ridurre i costi della politica riportandoli alla media UE, è possibile aspettarsi di adeguare “finalmente” le spese per la Ricerca nazionale alla media UE? Anche mediante incentivi alle aziende a investire in Ricerca (in quella vera)?

Le Università  Italiane, di questi tempi, sono impegnate nel rifacimento dei propri Statuti e Regolamenti, in ossequio alla Legge 240 (la c.d. Riforma Gelmini). Uno degli aspetti di questo cambiamento che sicuramente impatteranno sul rapporto tra Università e Territorio è quello della “sparizione” delle Facoltà. Finora, almeno nel sentire comune, le Università venivano identificate per le Facoltà che esprimevano, fino a equivocare la terminologia (“Mio figlio è iscritto all’Università di Ingegneria”!). Le imprese avevano, nella Facoltà e nel suo Preside, un “entry point di riferimento” per le relazioni con i Dipartimenti dell’Università. Oggi la Legge richiede che le sedi deputate alla ricerca e anche alla didattica siano i Dipartimenti, e che i Dipartimenti possano esistere se e solo se la loro consistenza è superiore a un minimo prefissato.

E’ veramente un cambiamento epocale? Dal punto di vista formale non tanto: i Dipartimenti, secondo la legislazione preesistente alla 240, erano formalmente indipendenti e autonomi, e non sottoposti alle Facoltà. Dal punto di vista della didattica sì: finora era la Facoltà che “prendeva in affitto” dai Dipartimenti il personale docente e organizzava i cosiddetti “Corsi di Studio”. Da oggi non sarà più così: saranno i Dipartimenti a organizzare i curricula gestendo in proprio gli insegnamenti del curriculum e “prendendo a prestito” insegnamenti erogati da parte di altri Dipartimenti. Beh, niente di nuovo sotto il sole: al MIT (dove ancora mi trovo) la didattica è organizzata così da tempo. Semmai, è necessario uno stretto coordinamento tra i Dipartimenti, per esempio tramite un comitato di coordinamento snello ed efficiente e dotato di personale di supporto, che sostituisca la Facoltà.

Quindi addio, Facoltà? Si tratta di capire come procedere per la riorganizzazione dei Dipartimenti. Presso il mio Ateneo è in atto una serrata discussione, a livello delle Facoltà e dei Dipartimenti, per definire entro i termini stabiliti dallo Statuto la futura organizzazione dipartimentale. Ad esempio, presso la mia Facoltà (Ingegneria) le opzioni sul tavolo sono quelle di mantenere Dipartimenti separati, con un organismo di coordinamento, o fondere in un unico Dipartimento che, di fatto, “sostituisca” la Facoltà preesistente. Francamente, sarei più propenso alla prima delle due ipotesi, almeno per due ragioni. La prima è legata alla ricerca. Il Dipartimento è il luogo di elezione per lo svolgimento delle attività di ricerca, è il luogo distintivo dove ricerca di base e applicata sono svolte e poste al servizio del territorio. Le imprese, le Associazioni, gli Ordini, trovano nel Dipartimento il luogo dove confrontarsi e attingere ai risultati della ricerca o commissionare ricerca nuova. Fondere Dipartimenti con attività diverse creerebbe una confusione negli interlocutori e nei clienti. I Dipartimenti, inoltre, devono poter competere in una sana concorrenza scientifico-tecnologica. Unificare i Dipartimenti solo per semplificare l’erogazione della didattica significherebbe snaturare questa concorrenza, appiattire l’offerta di ricerca, creare una megastruttura rigida e poco gestibile. La seconda ragione è legata al fatto che a una megastruttura di questo tipo verrebbero trasferite tutte le “ingessature” procedurali e decisionali che fanno, delle attuali Facoltà, organismi poco gestibili e che hanno consigliato il legislatore a eliminare le Facoltà stesse. Come il Gattopardo, “cambiare tutto perché niente cambi”.

Non sempre è  vero che “piccolo” (anzi piccolissimo) è bello, come avviene nel nostro Paese per eccessivo individualismo e frammentazione: tuttavia anche l’opposto è ugualmente pericoloso e svantaggioso. Restiamo in attesa di questi cambiamenti, nella speranza che quanto si realizzerà sia utile per il territorio dal punto di vista scientifico-tecnologico, oltreché funzionale al mantenimento di un elevato livello qualitativo della didattica per i nostri giovani e per la soddisfazione delle loro famiglie e del mondo del lavoro che li accoglierà.

Buona lettura!

Questo editoriale viene pubblicato sulla rivista Tutto_Misure News N. 4 del 2011, della quale Franco Docchio è direttore.

Pubblicato: 10 gennaio 2012

La rivincita della Fotonica

Cari lettori del Blog!

 Questo intervento è dedicato a una disciplina che deriva da una un’altra, vecchia come il mondo (l’ottica, ricordate Archimede e i suoi specchi ustori?) ma che ormai è sempre più moderna, e affianca e integra l’elettronica e l’informatica in un “unicum” con infinite applicazioni nella vita di tutti i giorni. Parlo della Fotonica, ovvero la branca dell’ottica che  studia la generazione, la propagazione, il trattamento, la rivelazione dei quanti di luce, o fotoni. Ne parlo qui per due motivi: il primo è legato al fatto che, nei mesi scorsi, ha preso vita la “Piattaforma Nazionale della Fotonica”, presso il Ministero dell’Università e della Ricerca, con l’obiettivo di raggruppare tutte le aziende che si occupano di ottica e fotonica in Italia, e tutti i Centri di Ricerca (Universitari, CNR, ENEA...), e di fare “massa critica” a livello Europeo, per coordinare le attività e per fare “lobby” nelle scelte delle tematiche per ifuturi progetti Europei.

Il secondo motivo, più casereccio e che più mi coinvolge personalmente, è  legato all’evento “Affidabilità & Tecnologie”, l’evento organizzato annualmente presso il Lingotto di Torino dall’Editore della mia Rivista. Negli ultimi due anni l’evento è cresciuto nonostante la crisi, e ha incrementato il ventaglio della sua offerta tecnologica in modo considerevole. L’ultima edizione ha visto la nascita del settore “Visione Industriale”, con convegni e numerosi stand espositivi (tra i quali quello di una realtà Bresciana, che ha attirato l’attenzione di questo Giornale). Per l’anno prossimo l’Editore ha raccolto la richiesta di molti operatori italiani nell’ambito della Fotonica, di poter esporre all’interno dell’evento. Si delinea così il progetto di creare un nuovo ambito di interesse per A&T, ovvero l’inizio di una sezione dell’evento che riguarda la Fotonica, in modo coordinato con l’altro grande evento biennale nel campo della fotonica per applicazioni industriali, Expolaser (Piacenza). Questi due eventi fanno capire quanto la Fotonica stia emergendo come disciplina che permea di sé tutti i comparti produttivi, uscendo dai Laboratori ed entrando nella vita quotidiana.

Per avere un assaggio di quanto la Fotonica sia importante pensiamo ai Laser, che ormai sono diventati strumenti di uso quotidiano (lettori di CD e DVD, puntatori, fino alle macchine da taglio, saldatura, marcatura, e agli strumenti biomedicali per chirurgia, oculistica, dermatologia, ginecologia). Pensiamo alle comunicazioni ottiche, che costituiscono il canale principale per telefonia e Internet nel mondo. Pensiamo anche all’utilizzo di laser per eseguire misure accurate grazie alle speciali qualità di queste sorgenti.

Oggi la sfida della Fotonica è la sua integrazione. Le sorgenti laser sono sempre più piccole (dai laser a diodi ai Laser a cascata quantica), coprono tutte le lunghezze d’onda del Visibile, Ultravioletto e Infrarosso, e possono essere accoppiate a guide ottiche o “chip” che possono cambiare le proprietà della luce se una sostanza vi viene viene depositata. Allora il Chip diventa un vero e proprio “laboratorio analisi” miniaturizzato, per effetture screening diagnostici  anche in modalità “usa e getta” (il cosiddetto “Lab-on-Chip”).

Integrazione vuol dire anche uso di tecniche fotoniche all’interno di un chip elettronico: il più grande problema attuale dei costruttori di chip (pensate ai microprocessori che sono il cuore dei vostri PC o Mac, o alle memorie che stanno via via sostituendo gli hard disk) è che si sta raggiungendo il limite fisico nel numero di elementi all’interno del chip. Un “salto di qualità” su cui i grossi attori stanno investendo è quello di trasferire ai fotoni alcune delle funzioni finora svolte dagli elettroni. Un esempio è dato dalle interconnessioni ottiche all’interno del chip stesso.

In Italia, al solito, siamo di fronte a una realtà poco coordinata, con circa 80 Centri di Ricerca operanti nella Fotonica a fronte di poco più di 30 aziende, queste ultime per la maggior parte medio-piccole o addirittura start-up universitari. Tuttavia, almeno per queste ultime, il trend è in ascesa, e speriamo che il coordinamento operato all’interno della Piattaforma Fotonica, e della collega e amica Prof. Roberta Ramponi del Politecnico di Milano che la presiede, riesca nell’intento di frar fare a questo universo frammentato una massa critica che ci faccia competere con i “big” del settore, tedeschi, americani e cinesi.

Nel quadro della Fotonica il nostro territorio è ben rappresentato: la nostra Università  vanta due Laboratori (Fotonica e Optoelettronica) nel Dipartimenti di Ingegneria dell’Informazione, e uno (Chimica delle Tecnologie, che si occupa di nanotecnologie anche ottiche) nel Dipartimento di Ingegneria Meccanica e Industriale. Dal lato industriale, numerose sono le imprese dislocate sul territorio che si occupano di Fotonica applicata (sorgenti laser, sistemi ottici di misura, applicazioni biomedicali, LED). E’ sorprendente che, rappresentate nella piattaforma Fotonica, delle 30 imprese almeno cinque siano bresciane (e non sono tutte quelle che esistono sul territorio). Si può quindi parlare di un polo di eccellenza bresciano? Direi di sì, e tenendo conto del fatto che queste Società sono, direttamente o indirettamente derivate da esperienze fatte in Università, possiamo dire che il trasferimento tecnologico Università-Impresa nel campo della Fotonica e dell’optoelettronica ha funzionato e funziona.

Questo è lo stimolo che vorrei dare nel promuovere la partecipazione delle Imprese al prossio “Affidabilità & Tecnologie”: quello di una imprenditoria Italiana che, tra le mille difficoltà endogene ed esogene, comunque è in grado di collaborare con la Ricerca per competere a livello nazionale e gliobale. Spero di riuscirci!

Buon Natale e buon 2012 a tutti!
 

Pubblicato: 1 dicembre 2011

Buone notizie (nonostante la crisi)

Cari lettori!

Di solito inizio i miei editoriali con un accenno alla realtà socio-politica del nostro Paese. In questo frangente, mi piacerebbe che mi fosse consentito di evitarlo: la nostra situazione è talmente ingarbugliata e contorta, che non ho la competenza per affrontarla. Sono stato a trovare mia moglie Giovanna negli Stati Uniti (v. rubrica sulla Visione Artificiale) e ho potuto toccare con mano la situazione della ricerca di quel Paese, ma sopratutto, avendo passato un weekend con amici in New Jersey (un banchiere in pensione), ho avuto modo di verificare che, in questi ultimi mesi, il nostro Paese è diventato l’ago della bilancia nelle sfide economico-finanziarie mondiali.

Fino a sei mesi fa erano l’economia e la finanza USA a dettare le regole del gioco: ci svegliavamo al mattino e l’andamento della Borsa italiana era condizionato dai risultati di Wall street del giorno prima. Oggi gli occhi del mondo sembrano puntati a ciò che il (non) governo Italiano fa per definire gli andamenti delle borse mondiali. Il mondo guarda all’Europa, l’Europa guarda all’Italia (ormai Grecia, Portogallo, Spagna, Irlanda sono confinati a un ruolo di “sparring partners”), e l’Italia… non c’è, o se c’è, rema contro se stessa. Stringiamo i pugni, teniamo duro, confidenti che prima o poi la nostra poiltica riuscirà a fare un salto di qualità e a prendere consapevolezza del ruolo che le è affidato dal contesto europeo e mondiale.

Sono reduce da una piacevole settimana al MIT in compagnia di mia moglie Giovanna (v. Rubrica sulla Visione Artificiale), dove ho avuto modo di fare “vita di Dipartimento e di Laboratorio”, ma soprattutto di scambiare contatti con colleghi italiani e locali. Da questi ultimi, e dal sentore che ho avuto rispetto all’attività scientifica svolta in quella prestigiosa sede, mi sembra di poter confermare quanto scritto da Giovanna nella sua rubrica, e cioè: (i) che i fondi (ingenti, anche se in calo) che pervengono ai ricercatori del MIT sono perlopiù statali/federali, e le aziende latitano anche lì; (ii) che il sistema è caratterizzato da un’elevata efficienza amministrativa e da una elevatissima capacità e propensione a pubblicizzare l’eccellenza dell’Istituto; (iii) che a questo non sempre corrisponde una obiettiva efficacia del lavoro scientifico dei ricercatori in termini di risultati rapportati ai finanziamenti erogati. E, non ultimo, anche in quella sede l’attenzione alla proprietà industriale non è sempre altissima! Mi crolla un MITo (scusate il gioco di parole)!

E’ sicuramente una buona notizia per noi Italiani, in quanto rivaluta le nostre Sedi, che hanno (ancora) una scarsa propensione alla pubblicizzazione delle proprie ricerche, ma che spesso fanno ricerche di qualità uguale se non superiore ai cugini sul fiume Charles. V’è da dire che iniziative di promozione della ricerca come quelle locali bresciane vanno nella direzione sperata di far conoscere le eccellenze della ricerca in molti settori dell’Ingegneria e delle Biotecnologie. Proprio da questa rinata certezza nelle nostre capacità e nei limiti di istituti più blasonati deriva l’invito forte a Università e industrie a tenere duro in questi momenti di crisi, a fare sinergia se possibile, e a valorizzare al meglio le competenze scientifiche e tecnologiche nazionali. E’ la seconda volta che chiedo a tutti di “tener duro” in due pagine, ma consentitemelo!

In questo contesto, ho due notizie (buone): la prima è la costante e anzi accresciuta presenza della Rivista in importanti sedi espositive nazionali. L’ultima, in ordine di tempo, è “Teknomotive 2011”, importante manifestazione del settore del terziario in ambito automotive tenutasi a Brescia nella scora settimana. La rivista era presente con uno spazio espositivo, in sinergia con il Quotidiano di Brescia, città che ospitava la manifestazione. Crisi permettendo, è stata un’occasione per stringere rapporti utili per la promozione della Rivista e degli eventi a essa collegati.

La seconda notizia è corollario di quanto ho scritto poc’anzi, ed è l’incremento di contributi, da parte dei portatori di interesse della rivista, alle notizie in tema di R&D nel campo delle Misure e dell’Automazione. Un numero crescente di “News” e proposte di convegni: questo è il risultato di una campagna di sensibilizzazione finalizzata a promuovere la visibilità delle Associazioni che si riconoscono nella Rivista, per favorire il trasferimento tecnologico delle attività di rcerca svolte dalle Università e dai Centri di Ricerca nazionali.

In questo numero viene attivata una rubrica di “Lettere al Direttore”, con uno stimolante contributo di un collega (già preventivamente commentato nello scorso numero telematico) che riguarda la valutazione della didattica dei candidati alle prove abilitanti per ‘ingresso nel mondo dell’Università. Devo dire che sto raccogliendo impressioni del tutto positive da parte di colleghi a questa esigenza di valutare adeguatamente la didattica dei candidati in aggiunta alla produzione scientifica.

In conclusione, un primo caldo invito: continuate a contribuire alla promozione di attività di ricerca, trasferimento tecnologico, brevetti, iniziative portate al successo. Questo vale anche per le aziende, in un’ottica di convivenza e stimolo reciproco. Un secondo “caldissimo” invito: in USA, più di un interlocutore mi ha invitato a proporre idee innovative italiane e start-up nazionali al mondo del Venture Capital americano, per eventuali finanziamenti (dicono che siano cospicui, da quelle parti!). Scrivetemi: vi farò da tramite!

Buona lettura e, per quando mi leggerete, buone Feste!

Questo editoriale viene pubblicato sulla rivista Tutto_Misure N. 4 del 2011, della quale Franco Docchio è direttore.
 

Pubblicato: 7 novembre 2011

Meditazioni di mezza estate

Cari lettori!
 Scrivo quest’editoriale dalla Sardegna dove resterò ancora qualche giorno. In questo periodo, e dall’ultima volta che vi ho scritto (Editoriale di Tutto_Misure News n. 2/2011), si sono succeduti numerosi eventi significativi, e quasi tutti negativi. Innanzitutto è stata approvata la manovra finanziaria, che per i prossimi tre anni prevede sacrifici alle famiglie e tagli indiscriminati alle spese della pubblica amministrazione. Ciò avrà sicuramente ripercussioni negative sul finanziamento dell’Università e della Ricerca. Prepariamoci al peggio, anche perché non c’è, nella manovra, alcun incentivo alla ripresa economica. Ormai sono rassegnato al fatto che difficilmente nei prossimi anni vedrò una manovra finanziaria coraggiosa e con una spiccata propensione allo sviluppo del nostro Paese…

A questo scenario prossimo futuro corrisponde, per la ricerca, uno scenario presente altrettanto cupo e desolante. I progetti del Ministero dello Sviluppo Economico Industria 2015, così come quelli del Ministero della Ricerca Eurostar sono al palo: chi ha già iniziato i lavori (anche due anni fa) si ritrova con credti verso lo Stato che non sa se riuscirà a riscuotere. Spesso per avere informazioni sullo stato dei finanziamenti è necessario andare al Ministero, come questuanti, e ci si sente rispondere frasi del tipo “voi partite pure con i lavori, poi speriamo che i fondi prima o poi vengano erogati e soprattutto che non vengano tagliati dalla manovra”. Questa è la ricerca in Italia, proprio quella ricerca che dovrebbe (sulla carta) rilanciare la competitività del sistema Italia nel mondo.

A livello internazionale, siamo (quasi) tutti sotto shock per l’incredibile tragedia di Oslo. Come genitori e formatori, restiamo allibiti per questa crudeltà nei confronti di ragazzi nel fiore della loro adolescenza e che, come tutti i loro coetanei, erano in quell’isola pieni di ideali e di idee per un mondo migliore. In molti degli ambienti che frequento c’è il solito, diffuso timore per il dilagare del “fondamentalismo islamico”. Ora non possiamo disconoscere che siamo davanti a un fatto nuovo, ed è il farsi avanti di un “fondamentalismo cristiano” altrettanto pericoloso che ha armato le mani del pluriomicida. Non mi illudo che questo resterà un caso isolato, specie se viene in qualche modo giustificato da esponenti politici (anche italiani) che affermano che le idee di fondo dell’omicida sono corrette (questo giustifica il “quasi” di poc’anzi). Una canzone dei miei diciott’anni aveva il titolo “silence is golden”: come vorrei che alcuni politici la ascoltassero bene!

Per venire alle vicende della nostra comunità di misuristi, la rivista arriverà nei vostri uffici o nelle vostre case nello stesso periodo in cui si svolgeranno, in parallelo, i Congressi nazionali delle Associazioni Italiane del Misuristi Meccanici (GMMT) ed Elettrico-Elettronici (GMEE) a Genova, in vista della convergenza in un’unica Associazione di Misuristi. Nel frattempo il Ministero della Ricerca ha approvato i Progetti di Rilevante Importanza Nazionale (PRIN): un numero consistente di coordinatori di Progetto afferenti alle due associazioni è risultato vincitore, come si evince dalla comunicazione nella rubrica delle Associazioni dei Misuristi. Complimenti e buon lavoro (e, come dicevo sopra, incrociamo le dita perché i finanziamenti restino disponibili)!

Come i lettori della rivista telematica hanno potuto leggere in anteprima, A&T, organizzatore dell’evento “Affidabilità e Tecnologie”, che si svolge con crescente successo ogni anno al Lingotto di Torino, intende dotarsi di un Comitato Scientifico Industriale che detti le linee di indirizzo per l’iniziativa e dia indicazioni su contenuti, convegni, ecc.. Mi sembra un’iniziativa che consolida un evento sempre più di successo, che sta affermandosi come valido concorrente di iniziative più “blasonate”. E’ dunque un mio dovere e piacere stimolare chi, tra voi miei lettori, è interessato a collaborare con l’iniziativa, di farsi avanti e proporsi per l’inserimento tra i membri del Comitato.

A proposito di lettori, segnalo che da un paio di mesi la rivista ha un “fan” di prestigio. Si tratta nientedimento che il quotidiano della mia città, il “Giornale di Brescia”, che, avendo letto alcuni dei miei editoriali su T_M e T_M News, e avendo “curiosato” all’evento tra gli stand degli espositori bresciani, si è reso disponibile a ospitare editoriali, contributi e “impressioni” in un blog che, giocando ironicamente (come da quando sono piccolo) sul mio nome, ho chiamato “A vista… Docchio”. Vi invito a visitare il sito www.sitoi.it, leggere l’archivio degli editoriali, soprattutto perché su quel blog è possibile depositare commenti e suggerimenti, e divulgare a conoscenti, colleghi e amici gli articoli contenuti, mediante gli ormai classici tastini dei principali network sociali (Facebook, LinkedIn, Twitter). Aspetto vostri commenti! E, soprattutto, fate pubblicità alla rivista (se vi piace)!

Il tema principale di questo numero è la Visione Industriale. Per un tema di così grande importanza abbiamo ricevuto proposte di contributi in eccesso rispetto alla disponibilità di spazio sul numero, e dunque distribuiremo i contributi restanti sui prossimi numeri. Il connubio robot-visione 2D e 3D sta veramente prendendo il volo!

A tutti, buona lettura!

Questo editoriale viene pubblicato sulla rivista Tutto_Misure N. 3 del 2011, della quale Franco Docchio è direttore.
 

Pubblicato: 22 settembre 2011

Il debito sovrano, la recessione, e l'Università di Brescia

Cari lettori del mio blog sul GdB!
In occasione dell’ultima tappa dell’”Aperitivo per l’Innovazione” a Vobarno mi fu chiesto di mettere a disposizione gli editoriali che scrivo per la mia rivista Tutto_Misure (www.tuttomisure.it) perché ne nascesse un blog per i lettori del sito del Giornale destinato all’innovazione. Ho acconsentito con piacere, e con l’entusiasmo dell’editore che vede la Rivista pubblicizzata anche al di fuori dell’ambito della ricerca e delle misure. Dopo tre uscite (Maggio, Giugno, Luglio), mi sento ora in dovere di scrivervi direttamente, senza l’intermediazione della rivista. Scrivo in un momento terribile per l’economia mondiale (borse a rotoli, debiti sovrani sotto tiro, USA declassati per la prima volta da settant’anni, rischio di default); in un momento in cui il nostro Governo sembra impotente e “commissariato” dalla finanza internazionale; in un momento in cui, mai come ora, l’uomo della strada soffre per la richiesta di sacrifici da parte di un ceto politico che non è disposto a farne a sua volta.

Nei “bollettini di guerra” costituiti dai nostri quotidiani anche noi “scienziati” impariamo il linguaggio dell’economia e della finanza. Ci viene spiegato chi possiede il debito americano o italiano, e come il rapporto debito/pil è evoluto nel tempo. Nel giorno storico del declassamento del debito USA da parte di S&P, su un quotidiano nazionale è stato pubblicato un articolo con annesso grafico, che tratta dell’evoluzione della spesa delle amministrazioni pubbliche suddivisa tra le grandi macrocategorie, dal 1980 a oggi, decade per decade. Balza all’occhio come la sanità abbia incrementato la sua percentuale (fino al 33% nel 2009, e non sorprende). Alcune voci sono nate dal nulla quali la protezione ambientale, e va bene. L’unica categoria in controtendenza, e in costante decremento dagli anni ottanta a oggi, è… l’istruzione! Passata dal 25,7% del 1980 al 20% del 2009. Quasi il venticinque per cento in meno.

Gli ottimisti potranno commentare che ciò è frutto di un’adeguata razionalizzazione delle spese perseguita dai ministri che si sono succeduti in questi quarant’anni. Dal mio osservatorio (l’istruzione comprende anche quella universitaria) mi sentirei di escluderlo. Quello che posso confermare è la progressiva contrazione degli investimenti in istruzione e ricerca negli ultimi trentacinque anni. E se all’estero la contrazione dell’intervento pubblico spesso ha avuto come contraltare un’evoluzione dell’intervento dei privati, questo in Italia non è affatto successo, fino a far diventare il nostro Paese uno dei fanalini di coda del rapporto ricerca/PIL.

Da questo punto di vista, è da commentare positivamente la scelta dell’Amministrazione universitaria bresciana e del suo Rettore “ab initio” Augusto Preti di non privare i suoi ricercatori di un ancorché limitato contributo alla ricerca per il cofinanziamento di progetti nazionali, colmando un vuoto che viene dall’industria. La nuova Amministrazione, avendo operato da troppo poco tempo, non si è ancora espressa esplicitamente in materia (in molte altre sedi italiane il cofinanziamento è stato tolto!) anche se già è evidente il suo desiderio di pervenire alla parità del bilancio in un periodo di decrescenti contributi statali. Credo che uno degli elementi su cui potremo misurare l’efficacia dell’”era Pecorelli” debba essere il raggiungimento di un equilibrio sinergico tra il finanziamento pubblico e quello privato alla ricerca, al di fuori di ingessamenti burocratici e di inefficienze ministeriali (il precedente contributo al blog ne è una prova).

Detto questo, e terminate le giaculatorie a livello globale, poiché mi rivolgo al contesto bresciano desidero spezzare più di una lancia a favore del corpo docente e ricercatore della nostra Università. I nostri ricercatori sono tra i più preparati a livello nazionale e internazionale, e vengono cooptati delle maggiori istituzioni mondiali (vedasi ad esempio il progetto Cariplo/MIT, o le numerose convenzioni internazionali in atto). Nel mio osservatorio rotariano di delegato alle Borse degli Ambasciatori della Fondazione Rotary mi trovo davanti alla costante crescita di candidature di allievi bresciani di eccellenza. L’Aperitivo per l’Innovazione ha dimostrato l’elevata qualità dei progetti dei nostri studenti di dottorato. La Facoltà di Medicina è sempre ai primi posti per la qualità della ricerca.
Quello che è ancora carente (ma non solo da noi) è l’approccio alla ricerca in un’ottica di trasferimento tecnologico (brevetti, licensing). Anche qui, però, le motivazioni sono squisitamente culturali. In un mondo che fa ricerca per promuovere l’avanzamento tecnologico del Paese, noi siamo ancora fermi alla ricerca per la carriera personale. Nessuna iniziativa ministeriale sembra voler cambiare questa prospettiva, anzi! L’Amministrazione attuale sembra voler promuovere attività di brevettazione e licensing dei trovati della ricerca. Facciamo il tifo, e invitiamo le imprese bresciane a partecipare a iniziative di tech-transf che abbiano come nucleo la proprietà industriale della nostra Università.

Quando, a settembre, mi leggerete, sapremo se siamo sprofondati nella seconda conca di una recessione a “w”, se l’anticipo della manovra di “sangue, sudore e lacrime” verrà anticipata al 2012 e, se sì, in che termini. Sono sicuro che noi Universitari sapremo fare la nostra parte, sapremo sopportare ulteriori tagli: tutto quello che chiediamo è una motivazione, un indirizzo, la speranza di avere le istituzioni dalla nostra. Per ora non è così. Confidiamo ancora.
 

Pubblicato: 22 agosto 2011

Guano, bastoni, e i progetti di ricerca

Cari lettori !
qualcuno ricorda la barzelletta dei due dannati all’inferno? Un dannato italiano viene portato all’inferno e incontra un dannato tedesco che vi è già residente. Il tedesco gli racconta che la pena eterna da scontare consiste, a intervalli regolari e alternativamente, nel ricevere badilate di guano e bastonate. Tutti i giorni fino all’eternità. Però, dice ancora il tedesco, ci sono due inferni di questo tipo: quello dei tedeschi e quello degli italiani! Consiglia all’italiano di richiedere la collocazione in quello dei tedeschi! “Perché?” chiede l’italiano stupito? E il tedesco: “Ah, vede, l’inferno degli italiani è un caos! Una volta manca il guano, una volta i bastoni sono rotti!!”. Questo è il nostro destino di Italiani, anche all’inferno…!

Le Università  e i Centri di ricerca hanno da sempre bisogno di fondi di ricerca come l’aria che respirano. Per fare ciò, una cospicua parte del tempo del ricercatore “senior” è dedicata a scrivere progetti di ricerca di base o applicata, lasciando giustamente ai ricercatori più giovani il compito di fare ricerca in laboratorio. Ogni progetto comprende una collocazione temporale delle attività, in modo da consentire ai suoi valutatori un giudizio sull’attendibilità dei proponenti e sulla loro capacità di portare a termine le attività previste. Al termine vi è una fase di valutazione finale da parte dei valutatori. Il tutto, a rigor di logica, con l’istituzione che eroga i finanziamenti in grado di mantenere i propri impegni e le proprie scadenze temporali.

A una riunione per la partenza di una piattaforma sulla fotonica, la settimana scorsa, un ricercatore del CNR ha raccontato (purtroppo senza che nessuno ridesse) più o meno la barzelletta degli inferni ialiano e tedesco. “In Cina”, ha detto, “chi presenta un progetto di ricerca è sicuro di ottenere una risposta in due mesi, e se la risposta è positiva ha la disponibilità immediata dei fondi di ricerca. In Italia (vedi Progetti PON, ma lo stesso si applica ai cosiddetti ‘Industria 2015’) non si sa quando si verrà valutati, e anche se il progetto è stato finanziato non c’è certezza della disponibilità dei fondi (se mai ci saranno, se non c’è una finanziaria che li decurta) e di quando saranno disponibili. Talvolta, quando alla fine i fondi sono disponibili, l’oggetto del progetto diventa obsoleto o già realizzato dai concorrenti”.

Posso solo confermare: un progetto condotto per conto di un’industria, bandito dal Ministero dell’Università (proprio lui!), ha avuto questo “fulmineo” iter: bando nel 2001, valutazione delle proposte nel 2004, OK nel 2005, fine del progetto nel 2007, pubblicazione del decreto di finanziamento nel 2010, conclusione del progetto nel 2011. Attendiamo ancora il pagamento di parte dei fondi di ricerca. Poi c’è la “roulette russa” dell’importo del finanziamento. Si presenta un progetto di ricerca per duecentomila euro, e il progetto (se si è fortunati) viene approvato in toto ma finanziato solo per centomila, senza che le attività possano essere ridotte dello stesso ammontare.

Nelle Università  americane, in cui tra l’altro lo stipendio di molti dei docenti è “agganciato” al budget che riescono a raccogliere mediante progetti di ricerca, i progetti di ricerca sono l’essenza stessa della vita lavorativa del docente, che porta linfa al proprio gruppo e alla propria istituzione, in un perenne spirito competitivo con altri gruppi, e in un contesto di uno Stato che fa della ricerca l’asset strategico per il proprio progresso scientifico e tecnologico. Il ricercatore si sente dunque “parte del gioco”, si sente “importante”, si sente “utile” (oltre a percepire uno stipendio non paragonabile con quello del suo equivalente italiano).

In Germania è  più o meno lo stesso: qui addirittura il Governo lancia piani pluriennali al termine dei quali la Nazione deve “eccellere” in un dato settore (una volta i laser di potenza, un’altra il fotovoltaico, un’altra ancora l’illuminazione a LED) e finanzia adeguatamente tutti i centri e le imprese che, da soli o in partnership, avanzano progetti innovativi.

Poi c’è il reclutamento dei ricercatori e dei dottorandi di ricerca. Data la disponibilità di budget, il responsabile del progetto può arruolare liberamente ricercatori connazionali o stranieri, e questo aiuta in modo naturale l’internazionalizzazione e la globalizzazione del sapere.

Qui in Italia il Ricercatore e l’Universitario lavorano spesso più dei colleghi stranieri. In una condizione di crescente demotivazione e incertezza riguardo ai fondi di ricerca (se e quando? Quanti?), e in un contesto istituzionale che non ha per nulla a cuore (a parte periodici “proclami”) il progresso scientifico e tecnologico del Paese (attenzione: non ce l’ho con questo Governo: è un aspetto comune a molti dei governi che l’hanno preceduto, di entrambe le collocazioni politiche). Nell’impossibilità di reclutare liberamente i propri ricercatori giovani con i propri fondi di ricerca riconoscendo loro una retribuzione in linea con il mercato globale, vincolati come sono a concorsi “pubblici” con tempistiche che escludono di fatto l’ingresso di validi collaboratori stranieri. Si sentono “sospesi”, incerti. Allo sbando, oserei dire.

Se infine teniamo conto dell’atteggiamento medio dell’impresa nazionale nei confronti dell’Università, di cui ho parlato nel mio Editoriale “L’Università a nuvola” del n. 2 dell’edizione cartacea di Tutto_Misure, si completa il quadro.

L’Università e la ricerca Italiane hanno bisogno di una scossa, hanno bisogno di ricominciare a sognare e a sperare. C’è bisogno della certezza del “guano” e delle “bastonate” (fare progetti di ricerca e portarli avanti è pesante), di tempi certi, di motivazione e di remunerazione in termini di stima e riconoscimento dell’attività svolta e del ruolo primario della ricerca nel contesto sociale, produttivo, nazionale. Hanno bisogno di sentirsi utili e non ghettizzati. Hanno bisogno di un sistema organizzativo che promuova la ricerca in una sana logica competitiva e di riconoscimento del merito, non clientelare e non assistenziale, non punitiva e non d’indifferenza.

In questi tempi “tristi” (plurale di “tristo”, non di “triste”) per la politica, l’economia e la finanza, che intaccano nel profondo le relazioni sociali, dubito che ci sia spazio per questo “riscatto”, di questo “colpo di coda”. Però continuo, dal mio piccolo osservatorio, a illudermi. I nostri giovani ricercatori sono mediamente molto bravi e preparati, meritano molto, e quindi è giusto sperare in un avvenire più roseo per loro!
Buona lettura!
 
Questo editoriale è apparso sulla rivista Tutto_Misure News N. 2 del 2011, della quale Franco Docchio è direttore.

Pubblicato: 14 luglio 2011

L’Università a nuvola?

Cari lettori!
nei giorni scorsi un amico imprenditore mi ha illustrato con la proverbale franchezza bresciana la sua visione del rapporto Università-Impresa. “L’Università – mi ha detto – serve alle imprese solo per acquisire più punteggio nei progetti nazionali ed europei, e per aumentare la relativa quota di fondo perduto. Per il resto serve a poco, parla un linguaggio diverso, ha tempi diversi dai nostri, e non riusciamo a focalizzarla sui nostri problemi”. Il suo sogno è la realizzazione di una nuova sede aziendale, che comprenda laboratori in cui invitare ricercatori universitari per lavorare con la sua strumentazione, sviluppare i suoi progetti, risolvere problemi applicativi con i tempi tecnici tipici dell’impresa.

Per l’amico imprenditore anche i cosiddetti Centri per la Ricerca Applicata e il Trasferimento Tecnologico non aiutano ad avvicinare le imprese all’Università. Il punto di vista del mio interlocutore condensa quello di molti altri imprenditori che incontro.

Ad Affidabilità & Tecnologie 2011 (a proposito: complimenti agli organizzatori per il successo dell’iniziativa!) ho visitato molti stand degli espositori. In uno  di questi il responsabile tecnico e' stato ancora più “tranchant” dell’amico di prima. Mi ha detto: “Al mio stand vengono studenti di dottorato e ricercatori che fanno ricerca sulla visione industriale, sviluppano algoritmi e procedure, e si meravigliano che le stesse procedure e gli stessi algoritmi siano già implementati con molto maggior efficacia e velocità nelle macchine che esponiamo. Questa non è ricerca, è sterile inseguimento!”

Entrambe queste esternazioni sono vagamente estreme, ma mettono bene in evidenza le difficoltà che esistono nel dialogo tra Università e Impresa. Difficoltà a mio parere crescenti da quando è prevalsa la politica di privilegiare la ricerca applicata delle imprese come leva per favorire lo sviluppo economico (a scapito della ricerca diretta alle Università), e di incentivare il coinvolgimento di queste ultime mediante quote aggiuntive di fondo perduto. Questo, all’atto pratico, ha avuto due conseguenze: (i) svuotare le Università di contributi diretti alla ricerca di base, e (ii) con la prospettiva di contratti, convincere i ricercatori a focalizzarsi su progetti spesso di scarso contenuto scientifico e prevalentemente di retroguardia, a volte persino di scarsa utilità anche per la stessa Impresa committente (sono stato coinvolto in uno di questi ultimi).

Dunque né le istituzioni, né le imprese hanno interesse o mezzi per finanziare ricerca veramente innovativa, quella, per intenderci, che porta a dotare i laboratori di strumentazione d’avanguardia e di ricercatori e studenti di dottorato motivati. Quando ero più giovane un Laboratorio si espandeva con fondi di progetti ad ampio respiro. Oggi? Un collega del Politecnico di Milano mi raccontava ieri che il cespite principale per la sua ricerca scientifica deriva dai proventi di attività di organizzatore di Master (di primo o secondo livello, non importa). Fare didattica per potersi finanziare la ricerca. Questo può valere per chi si occupa di settori di interesse per le Imprese (tipicamente il settore gestionale, vedi il successo del MIP di Milano), ma gli altri? E poi, ha senso tutto ciò?

Il quadro che emerge da quanto sopra è a mio parere di una sconcertante semplicità. L’Università sta cambiando. Il rapporto tra Università e Impresa tende ad aver luogo sempre meno nelle Università e sempre più nelle imprese. L’Università come “centro” e “fulcro” della ricerca sta evolvendo verso un’Università in rete con le imprese, delocalizzata. Un modello verosimile, preso in prestito dall’informatica1, è quello della Università, o Ricerca, “a nuvola” (“cloud University” “cloud research”), dove il ricercatore si delocalizza per poter attingere a risorse che in sede gli sono precluse. In Università si fa sempre più formazione permanente (cioè al di fuori dei Corsi di Laurea istituzionali) orientata a preparare quadri per le imprese. Con quest’attività il ricercatore, ove possibile, finanzia quel poco di ricerca di base che gli rimane e la strumentazione di laboratorio. Infine, il ricercatore cerca di promuovere start-up che costituiscano un tramite tra la ricerca e il mercato.

E’ un quadro degno di considerazione, tutto sommato: ha i suoi lati positivi, ma manca del contributo piu' importante. Nel "cloud computing" la delocalizzazione fa sinergia, aumenta le risorse. Nel caso dell'Universita' questo incremento di risorse manca, poiche' l'impresa stenta a voler investire in ricerca “a sbalzo”, che motivi e solleciti la voglia di innovare tipica del ricercatore, e le Istituzioni latitano nel loro ruolo di stimolo e supporto alla ricerca di base, senza la quale non c’è vera innovazione che non sia puramente incrementale.

Questo numero contiene un interessante contributo sullo stato dell’Università e dei suoi Corsi di Studio, con particolare attenzione alle ICT, con suggerimenti su come dovrebbero evolvere i curricula universitari per evitare al Paese la perdita di competitività a livello globale. Contiene anche un contributo “didattico” per i giovani ricercatori e studenti di dottorato che riguarda la tutela e la promozione della proprietà intellettuale.
Buona lettura!

Franco Docchio

(questo editoriale è apparso sulla rivista Tutto_Misure, N. 2 del 2011, della quale Franco Docchio è direttore)
 

 

Pubblicato: 30 giugno 2011