Quei quattro barboni sotto le coperte, potrebbero essere quattro nostri fratelli e anzi lo sono nella concezione esistenziale e cristiana di uno stare e di un eguale andarsene via. Sotto le coperte alle 11 di mattina, sotto le coperte dietro al palazzo della Posta, a cinque metri dalle rotaie della stazione.
Sotto le coperte, 2 insieme e 2 altri distanti, in questo albergo di 5 gradi sotto zero di giorno e di notte con le stelle a meno 15. Non c'è una linea romantica che possa scaldare questa scena che non è sul digitale, non va sul satellite, non è via web è davanti ai nostri occhi mortali, in pieno giorno, nel grigio chiaro tra neve incerta e in quel padanismo invernale che è l'impossibilità di nascondersi nel raggio di un chilometro, piatti e con colpe complessive grandi così.
E mentre ci avviciniamo, proviamo vergogna, chissà perché, desideriamo conoscerli i nostri 4 lombardi. E ci chiediamo, il fotografo Marco ed io, perché la città migliore del solidarismo non riesca a convincere Piero, Giovanni, Francesco e Santo a venire via da lì, che un dormitorio pubblico o privato lo troviamo. Che qui non si può rischiare di morire di freddo, perché Brescia non è New York, a meno che siamo diventati New York nei giorni più freddi dell'anno e non ce ne importi più nulla.
Li scorgiamo per caso, dopo aver passato la vista dalla stazione alla Posta. Al primo sguardo sfuggono via, sembrano cartoni, non persone, sembrano coperte volate via da un vagone, poggiate sul muro basso della Posta.
Giovanni non si vede, è sotto, il cuscino sta sopra le coperte, riemergerà fra cinque minuti. Piero legge un giornale gratuito e impreca, osserva i due sacchetti di pane e arancia e non ci sta a non catturare un'elemosina decente. La loro età, tra i 50 e 60 anni, li colloca nel limbo della Fornero, anzi nel limbo di chi non ha tempo di pensare al peggio dell'altro. Santo esce dal cartone là in fondo, si alza, si pettina con le mani, prende un pezzo di pane stantio, lo addenta e mangia sul marciapiede.
Una volta si mangiava un pezzo di pane insieme, ma era d'estate e qualcosa col pane non mancava mai. Mangiare in strada era una scelta, uno stato d'animo, era forza di paese e di villaggio, di quartiere cittadino e di popolarismo. Santo mangia alla disperata e chiama Francesco che non ha deciso di svegliarsi. «Ho lavorato in una cooperativa - dice - poi ho perso il posto. Se c'è un lavoro adatto alle mie forze, ci vado, altrimenti cosa volete...?».
Sistemi gli appunti, ti giri, non ci sono più, come in un'apparizione. Santo, Giovanni, Piero e Francesco hanno incontrato altri Santo, Giovanni, Piero e Francesco. Si sono raddoppiati e pensano di star meglio, di scaldarsi all'idea che la città, verso cui si sono orientati, sgancerà qualcosa.
Tonino Zana



