CULTURA E SPETTACOLI
+21 min. +32 max
+21°C
+232°C

alla Festa della Cgil Lombardia

Vecchioni, un concerto che è quasi teatro

Ore: 09:28 | sabato, 9 giugno 2012

Parole a rotta di collo. Racconti, aneddoti, confessioni e citazioni dotte. Sulla propria vita, il proprio cane, gli «amici» poeti e artisti. Sodali dai nomi ingombranti: Vincent Van Gogh, Arthur Rimbaud, Fernando Pessoa. E le canzoni, certo. Perché Roberto Vecchioni, protagonista ieri al Palabrescia di un concerto nel novero della Festa della Cgil Lombardia, di mestiere fa quello: cantare canzoni. Ma anche in questa tappa bresciana, davanti ad un pubblico non proprio delle grandi occasioni, il professore - dopo essersi augurato di avere in platea qualche «ex alunno dell'Arnaldo e di Desenzano» - ha infarcito l'esibizione di pensieri sparsi. Non da cattedratico, semmai da amico. Da confidente - diciamo - culturalmente sopra la media.

La serata, battezzata con «Sogna Ragazzo Sogna», inizia un po' in sordina. Certo, le divagazioni verbose di Vecchioni fanno incespicare il ritmo del concerto, con lunghe pause tra un brano e l'altro. Ma è soprattutto il repertorio della prima parte di serata a risultare ostico. «Non è una scaletta facile - ammette lui stesso -, ma Brescia è proprio il posto giusto dove farla. E poi, con... la fortuna (insomma, non dice proprio così, ndr) che ho avuto a Sanremo, potrò pur fare quello che mi pare». E così si succedono «Dentro gli occhi», l'accorata «AR» (dedicata a Rimbaud) e l'applaudita «La stazione di Zima». Che cos'è, per Roberto Vecchioni, un concerto? Di sicuro non è mera successione di canzoni, magari vestite a nuovo per risultare più accattivanti. C'è voglia di comunicare «con le anime belle», di trovare «tutti i diversi colori che ci circondano». E «Ninni» («questa non ve l'aspettavate, eh?») descrive con sentimento le sfumature dell'infanzia, immaginata con gli occhi di un adulto che ferma in un punto preciso del passato l'istantanea di una famiglia, la propria famiglia.

Con la band che - a seconda delle esigenze - viene rimpolpata dagli archi, Vecchioni si concede un mini set acustico, con «Le lettere d'amore», «Vincent» e «Il suonatore stanco», guadagnandosi applausi a scena aperta.
Politico, polemico, calcistico, con qualche sberleffo all'indirizzo della Juve e delle sue «stelle scudetto»: «solo Grillo ha più stelle di loro, e non è detto che sia un vanto». Ogni tema stimola la favella del professore, che pare rinfrancato dalla possibilità di mettersi un po' a nudo, miscelando lirismo, sagacia e gergo quotidiano. Per parlare di speranza, gioia, amore.
La seconda sezione del concerto è decisamente più movimentata, in buona parte grazie a successi come «Stranamore», «Milady», o la sanremese «Chiamami ancora amore», uno dei brani più riusciti degli ultimi anni.  Da consumato protagonista del palco, lascia ai bis i colpi maggiormente a effetto: «Luci a San Siro», datata 1971, resta probabilmente il gioiello di tutta una carriera, capace ancora di soggiogare il pubblico. Ma è tempo di chiudere, di abbandonarsi alla notte: «Samarcanda» è l'inno perfetto per dire grazie e arrivederci. Alla prossima canzone, ai prossimi monologhi. Perché Roberto Vecchioni è così: prendere... e ascoltare.

Rosario Rampulla

Giornale di Brescia su
Iniziative editoriali
Almanacco 2013
Motori