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Omicidio Cantamessa, la telefonata infinita ai soccorsi


Brescia e Hinterland
16 gen 2015, 13:33

La voce è quella di Eleonora Cantamessa, nell’ultima telefonata della sua vita. È sulla statale tra Chiuduno e Gorlago quella maledetta sera dell’8 settembre 2013 in cui scorgendo un ragazzo indiano che viene picchiato con una spranga chiama il Numero unico dell’emergenza 112: servizio attivato a Bergamo quasi un anno prima. A chi si occupa di emergenza, superata l’emozione che suscita quella telefonata, riascoltata in Tribunale questo mercoledì nella prima udienza del processo per omicidio, non sfugge un aspetto: la chiamata dura poco meno di tre minuti al termine dei quali gli operatori del soccorso ancora non hanno chiaro da dove giunga la richiesta di aiuto.

A rispondere alla dottoressa del Sant’Anna in prima battuta sono gli operatori della centrale operativa di Varese. Eleonora Cantamessa è chiara nel fornire indicazioni circa la scena cui sta assistendo e il luogo in cui si trova. La prima chiamata dura un minuto. L’operatore dichiara di averne già ricevute altre e inoltra la telefonata ai Carabinieri. Non al 118, pur in presenza di una persona presa a sprangate. Qui, nel nuovo assetto della gestione dell’emergenza, si aggiunge un buco di 1 minuto e 20 secondi: tanto ci vuole perché la telefonata dalla centrale del Nue 112 di Varese venga raccolta dai carabinieri della Bergamasca.

Dal Nue 112 dovrebbe essere stata inoltrata una scheda telematica con i dati già forniti dalla dottoressa. Eppure alla ginecologa viene nuovamente richiesto tutto: generalità e localizzazione (che evidentemente il sistema automatico della centrale di primo livello non è riuscito a individuare). Passano altri 30 secondi. Poi la chiamata cade.

L’epilogo di quella notte è tristemente noto. La testimonianza, drammatica, di questo documento audio interroga: il sistema con centrali di primo e secondo livello si rivela in questa circostanza non così snello come appare sulla carta. Il Nue 112 di Brescia è appena partito, e ancora non gestisce la nostra provincia ma solo quelle di Cremona, Pavia e Lodi. Con una centrale unica interforze quasi di certo i tempi sarebbero stati decisamente più corti. Ma allora, siamo davvero preparati? E l’ipotesi di fare di Brescia un laboratorio verso la centrale unica è davvero tramontata? Domande che è bene farsi. E che, l’audio di questa drammatica telefonata, impone anche a chi è chiamato, a Brescia, Milano o Roma, ad assumersi la responsabilità di scelte da cui dipende la vita delle persone.

Gianluca Gallinari

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