Proprio non ce la faccio. Continuo a dire ad amici e conoscenti che mi chiedono di Tucidide che sono pronto a parlare del Belgio e di altre amenità come le tensioni tra l'Ungheria del simpatico Orban e la Slovacchia. Ma evidentemente il destino mi è avverso, perché nel frattempo accadono cose che mi tengono lontano dai problemi di Bruxelles e da quelli delle minoranze etniche magiare in territorio slovacco.
Ieri stavo sfogliando un po' distrattamente R2, le pagine culturali di Repubblica, quando l'occhio mi è caduto su un'intervista di Federico Rampini a Francis Fukuyama che parla del suo ultimo libro "The origins of political order", un saggio che, a quanto pare (perché non ho ancora avuro modo di leggerlo), sviluppa la sua analisi dalla Preistoria al 1789.
Facciamo una velocissima presentazione del signor Fukuyama: è l'autore del famigerato libro "La fine della storia e dell'ultimo uomo", pubblicato nel 1992 e che ha fatto discutere quasi quanto "Lo scontro di civiltà" di Samuel Huntington (che per altro non condivideva una virgola di quanto sosteneva il buon Francis).
La fine della storia è la classica opera che tutti citano e pochi leggono (la stessa sorte che è capitata all'opera di Huntington di cui si è strausato solo il titolo) e mentre lo dico mi viene in mente quello che scriveva nella sua nota politica apparsa sul Giornale di Brescia del 30 marzo, Adalberto Migliorati, parlando di politica della cultura. Alla fine alle editrici interessa quasi di più che il titolo di un'opera faccia discutere, che sia controverso ed entri come un ritornello sordo nella retorica politica più dell'opera stessa, perché sicuramente sarà acquistato di più.
Ma torniamo a noi dopo la breve digressione sui meriti di un cronista politico che stimo e con cui ho la fortuna di lavorare. Nella sua intervista a Rampini Fukuyama, a vent'anni di distanza, sostiene che lui aveva ragione nelle tesi del suo libro, anche alla luce dei recenti accadimenti del Maghreb e del Medioriente: la storia è finita perché anche le masse arabe ora stanno cercando una via verso il modello della liberaldemocrazia. Sì perché nel 1992 il professore di Stanford, in sostanza, sosteneva hegelianamente che l'approdo storico della liberdemocrazia americana fosse il punto ultimo delle vicende umane, per supportare la sua tesi piegava l'intera storia secondo un sviluppo tecnologico e dei bisogni della società che alla fine si è materializzato nella vittoria, in ultima analisi, nella vittoria del modello capitalistico su quello del socialismo sovietico. Un sistema hegeliano che però sembra peccare della contingenza e dell'entusiasmo figlio della caduta del Muro di Berlino che nei primi anni '90 fece gridare al miracolo del New World Order, quello di un sistema unipolare, con un'unica potenza, gli Stati Uniti.
Sono bastati pochi anni perché qualcuno parlasse di potenza solitaria, e di sistema multipolare certificando la fine del sogno neoconservatore e addirittura jacksoniano di Fukuyama. Anche lui l'ha capito e ha cercato disperatamente di smarcarsi dagli ambienti neoconservatori di cui era diventato il campione. Oggi nel momento in cui Obama e la sua amministrazione devono fare i conti con un ritorno dei conservatori e delle loro istanze, allora Fukuyama rialza la testa e dice che lui aveva ragione: "Così la Primavera araba conferma le mie tesi", poi però si affretta a dire che lui non crede nel determinismo.
Mah.... Hegel sosteneva che lo stato prussiano era la massima espressione della storia umana poi abbiamo visto come è andata a finire. Il fatto che Fukuyama abbia detto già due volte nell'arco di vent'anni che lo stato liberaldemocratico americano sia anch'esso la massima espressione della storia, mi fa tremare. E se anche la politologia, nella sua forma più estrema, seguisse le logiche del botteghino, snaturando la ricerca e la serietà in nome di provocazioni che diventano immediatamente famigerate e quindi presupposti per libri campioni di vendita? Fukuyama proprio mi insospettisce.
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