Il Belgio di Tom, Trouw (Amsterdam)
Una ferita si allarga nel cuore dell'Europa.
Nell'indifferenza quasi generale il Belgio ha realizzato un vero e proprio record mondiale: oltre 300 giorni senza un governo.
Meglio dell'Iraq. Ma soprattutto come l'Iraq si profila una divisione del Paese. Se da un lato sciiti, curdi e sunniti vorrebbero spartirsi lo Stato e le sue risorse in particolare il petrolio; in Belgio i fiamminghi continuano ad invocare la secessione delle Fiandre e della regione multilingue di Bruxelles e dalla Vallonia. Una secessione in slow motion molto pericolosa, un esempio negativo nel cuore dell'Europa, quella dove è nata l'Unione Europea ed hanno sede le istituzioni comunitarie. Cercando di capire meglio la questione belga, mi sono più che allarmato perché l'azione che i fiamminghi vorrebbero operare quasi una pulizia etnica, mascherata con motivazioni amministrative.
Purtroppo per spiegare il contesto nel quale lo stato belga si dibatte bisogna fare una piccola digressione sul sistema giuridico. Per farlo riprenderò una cosa che ho scritto più o meno un anno fa (cut and paste per comodità, utilizzerò il metodo del Ctrl+C e Ctrl+V). Perché già la questione è complicata, se poi mi tocca rispiegarla faccio notte.
Lo stato federale belga basa la sua esistenza, o quello che i filosofi dello stato definirebbero patto di sovranità, sulla coesistenza di due realtà etniche ben distinte (ce ne sarebbe una terza, ovvero la comunità tedesca che pur avendo il suo parlamentino conta pochi rappresentanti tra Senato e Camera dei Deputati). L’arena politica è caratterizzata dalla presenza di partiti di ispirazione etnica e gli elettori possono votare in base alla loro appartenenza ad uno o all’altro gruppo linguistico-culturale. Esistono, infatti, le liste elettorali per i francofoni e quelle per i fiamminghi ed è per questo che entrambe le realtà etnico-linguistiche hanno la certezza di essere rappresentate in maniera equa in Parlamento (va ricordato che in Belgio i fiamminghi rappresentano il 59% circa della popolazione). Il sistema elettorale comporta quasi necessariamente la formazione di governi di coalizione in cui sono presenti sia forze francofone sia rappresentanti fiamminghi, il che comporta una continua politica di mediazione tra le parti se si vuol fare funzionare la macchina statale. Lo stato è percorso da una «frontiera linguistica », quella della regione bilingue di Bruxelles- capitale, che riunisce 19 municipalità della regione di Bruxelles e 35 comuni del Brabante fiammingo. Il tutto è complicato dal fatto che la periferia di Bruxelles (ovvero 18 municipalità) è a maggioranza fiamminga - che significa che il fiammingo è la lingua ufficiale della politica e dell’amministrazione -. Ma in sei municipalità esistono, visto il grande numero di popolazione francese che arriva all’80%, dei regimi di «facilitazione linguistica». Il che significa che è concesso ai cittadini francofoni di rispondere all’amministrazione in francese e soprattutto di aumentare i consensi dei candidati francofoni visto che tra le facilitazioni previste c’è anche quella, considerata centrale di potersi iscrivere nelle liste elettorali francofone di Bruxelles. Ed è questo il punto del contendere che risulta inaccettabile per i fiamminghi che in qualche modo temono di essere defraudati.
I fiamminghi insistono nel preservare l’identità del territorio e dicono che i francofoni che vivono nelle Fiandre devono imparare il fiammingo. I valloni sostengono che vanno rispettati i loro diritti individuali. (dal Giornale di Brescia del 10 maggio 2010)
Sia chiaro non si tratta di un ethnic cleansing, ma di una cosa più sottile che però diventa un pericoloso precedente per tutti quei gruppi piccoli o grandi che hanno ambizioni di secessione. Il messaggio suona più o meno così: o impari la nostra lingua o te ne vai dove parlano come te. Grave, gravissimo che questo accada proprio nel cuore dell'Europa, dove si continua a cullare il sogno dell'Unione europea.
Ad aggravare le cose poi c'è il fatto che il Belgio è stato presidente di turno dell'Ue tra il luglio e il dicembre 2010. E la sede dell'Ue dove è? A Bruxelles, proprio l'area contesa da fiamminghi e valloni. Più che mai oggi vale quella famosa frase pronunciata da Henry Kissinger, uno che l'ha sempre saputa lunga: "Chi devo chiamare quando voglio parlare con l'Europa?"
L'intero scenario è agghiacciante ma testimonia la crisi delle democrazie occidentali, non tanto per la globalizzazione quanto piuttosto per le spinte centrifughe di gruppi etnici, o presunti tali, che vogliono scardinare l'idea di Stato nazionale così come lo conosciamo ed abbiamo imparato a vederlo, con i suoi pregi ed i suoi difetti. Se poi, però, si va a rileggere il libro Le democrazie contemporanee del politologo olandese, Arend Lijphart, che insegna all'Università della Califonia di San Diego, si scoprono i motivi per cui il Belgio se ne sta andando. (Per oggi però ve lo risparmio).
Il risultato ultimo sarebbe la nascita di Stati-francobollo, nemmeno buoni per una collezione filatelica. Almeno in Iraq si contendono il petrolio e sono senza Stato, al massimo in Belgio si potranno contendere le gare ciclistiche. Pensa che risate: 2000 anni di storia dell'idea di Stato e democrazia che va a gambe all'aria per decidere se è più importante il Giro delle Fiandre o la Freccia Vallone.
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