Barack Obama attends the commemoration ceremony at the 9/11 Memorial EPA/KRISTOFFER TRIPPLAAR / POOL
Ricomincia la scuola e anche Tucidide riprende la parola. Diciamo che anche lui è tornato dalle vacanze e i compiti li ha fatti, più o meno tutti.
Parlare il giorno dopo l'11 settembre ci obbliga a passare necessariamente da ciò che è successo dieci anni fa a New York. Parlare il 12 settembre, però, è un po' più comodo: significa provare ad immaginare ciò che sarà dopo. Idealmente siamo già nel day after.
Innanzitutto una considerazione un po' amara, ma realistica. Di recente ho letto un articolo di David Rieff pubblicato su Harper's (successivamente ripreso da Internazionale) nel quale si sosteneva che sul lungo periodo niente sarà ricordato della tragedia. Rieff lo dice così citando l'Ecclesiaste: “There is no remembrance of former things; neither shall there be any remembrance of things that are to come with those that shall come after.”
In sostanza la nostra memoria è mortale più o meno come noi.
L'esempio è quello di Pearl Harbour che, prima dell'attentato al WTC, fu l'ultima occasione in cui migliaia di americani morirono in territorio americano. La tragedia resta, ma il ricordo, la memoria imperitura di quell'evento è andato sbiadendo. Così allo stesso modo fra 20 anni anche l'11 settembre 2001, potrebbe essere solo una data buona per le celebrazioni e per i discorsi di politici americani.
E quindi il 12/9 di cosa si può prendere atto? Del fatto che l'unilateralismo di Bush con le sue alleanze dei volenterosi sono fallite, nonostante la destra americana avesse addirittura dato una dignità filosofico-teologica all'invasione dell'Iraq, parlando di Baghdad come la nuova Gerusalemme da riconquistare. E ancora che fu probabilmente sbagliato attaccare l'Afghanistan senza poi approfittare del momento di forte debolezza dei talebani e concludere il lavoro subito, l'America invece decise di aprire un secondo fronte in Iraq perdendo un'occasione storica: normalizzare il baricentro dell'Asia Centrale, quello che i russi hanno sempre chiamato il ventre molle dell'impero.
Ora quindi tutti sono qui a dire che le guerre sono state sbagliate e fuori tempo, i fronti sono ancora aperti e così via.
La guerra di Obama, l'Afghanistan, è vero, non sta dando risultati sperati, ma la verità è che si è aspettato troppo e forse ci si è affidati anche alla persona sbagliata, ovvero Karzai. La guerra sta durando troppo e gli alleati europei cominciano a dare forti segnali di nervosismo, anche se poi aldilà delle dichiarazioni ad effetto di certuni, non se ne possono andare contravvenendo ad accordi fatti con la Nato; non è mica come quando giochi a calcetto con gli amici che se sei stanco ti fermi un attimo, gli accordi militari sono una cosa più seria. Fa sorridere leggere le dichiarazioni di qualche esponente leghista che ad ogni attentato dichiara: "Portiamo a casa i nostri ragazzi". Se l'Italia vuole contare deve esserci (il caso libico lo dimostra).
Insomma cosa ci resterà dell'11 settembre? Tutto quello che è venuto dopo: le guerre, le divisioni tra le due sponde dell'Atlantico e appunto l'unilateralismo statunitense figlio di una visione a metà tra l'isolazionismo e la missione divina.
Fra 20 anni pensando all'11/9 certo molti ricorderanno l'immagine delle due torri fumanti, ferite, squarciate. Niente di più
La Storia valuterà ciò che è accaduto a partire dal giorno dopo.
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