giovedì 23 febbraio 2012
 
Tucidide
di Carlo Muzzi

Un continente alla deriva - Ungheria

Viktor Orban (AP Photo/Bela Szandelszky)

Viktor Orban (AP Photo/Bela Szandelszky)

Mentre l'Unione è alle prese con una profonda crisi economica ed il rischio reale di tracollo dell'euro e pure con le agenzie di rating, le loro triple A o le doppie B, il Vecchio Continente sembra andare alla deriva anche politicamente.

Tucidide approda a Budapest dove ne stanno succedendo davvero di brutte, il governo dell'ultranazionalista Viktor Orban che controlla il Parlamento con una maggioranza solidissima, sta provando a cambiare la rotta della struttura liberaldemocratica dello Stato ungherese.
Una vera e propria aggressione a mano armata che davvero riporta l'Ungheria indietro di cento anni rspetto alla storia della democrazia. Lo stadio prodromico di questa emergenza è stato l'annuncio, un anno e mezzo fa, dell'intenzione di consegnare alla minoranza magiara in Slovacchia un passaporto ungherese. Il modo migliore per far scattare tensioni inter-etniche nel cuore dell'Europa, roba da guerra civile. Per fortuna la Slovacchia ha disinnescato la cosa con una legge che avrebbe privato della cittadinanza slovacca tutti i membri della minoranza ungherese che avessero deciso di prendere il passaporto del loro paese di origine.

Ma questo è stato solo l'inizio, nei mesi successivi il governo ungherese ha innanzitutto presentato una legge volta a "equilibrare" il ruolo dei media, di fatto limitando il potere di critica della stampa. La sollevazione dell'Unione europea ha fatto in modo che la legge fosse successivamente modificata, ma nel frattempo quel satanasso di Orban si è messo in testa di modificare la costituzione e lo ha fatto facendo entrare in vigore una nuova Carta dal 1° gennaio per fortuna la Corte Costituzionale prima di essere limitata ha abrogato parte della legge sui media  In particolare, la Corte ha bocciato l’articolo che  obbligava i giornalisti a rivelare le fonti in alcuni casi. Con la nuova carta però vengono posti vincoli pesanti sulle libertà di stampa e di religione, per i diritti delle donne e l’indipendenza dei giudici e della Banca centrale.

Un bel pasticcio a cui l'Europa prova a dare risposta, forse tardivamente. A danno fatto.
Bruxelles ha adesso aperto la procedura di infrazione su ben tre dossier: Banca centrale, autonomia dei giudici e privacy. Basta sapere che secondo le nuove leggi il ministro delle finanze può partecipare direttamente alle riunioni del "board" della Banca centrale, la cui agenda deve essere inviata al governo prima della riunione.
Adesso l'unica leva che l'Europa può muovere per sbloccare la situazione ungherese è quella economica, con la richiesta di prestiti  a Bce e Fmi. Nemmeno un euro arriverà finché Orban non sarà disposto a venire incontro alle richieste di Bruxelles.

Questo in estrema sintesi.
Ma la situazione complessiva è davvero preoccupante.

Budapest è un campanello d'allarme per tutti.

Pubblicato: 18 gennaio 2012

Tra Entropia e Neo medievalismo



"It is better to recognise that we are in darkness than to pretend that we can see the light"

Iniziamo dalla fine. Questa è la frase con cui Hedley Bull chiude il suo lavoro più importante, The anarchical society (La società anarchica).
Il politologo australiano, allievo di Martin Wight, si interroga di fatto sul rapporto tra ordine e disordine all'interno delle relazioni internazionali e di come il sistema degli Stati è riuscito a "tenere" nel corso dei secoli.
Ma nel momento in cui, nelle conclusioni, si chiede che direzione prenderà proprio il sistema degli Stati e come sarà possibile mantenere l'ordine (inteso come l'attuale modello di relazioni internazionali), allora alza le mani e diventa di colpo fatalista. "Meglio riconoscere che siamo al buio, piuttosto che pretendere di vedere la luce".

Effettivamente, la questione non è da poco. Non ci è dato sapere quanto reggerà l'attuale sistema degli Stati e forse nemmeno come muterà; certo esistono teorie generali che parlano di processi appunto generali che ci possono dire in linea di massima che ad un egemone ne succederà un altro e così via. Ma nessuno può dire nel momento preciso in chi glielo si chiede come andrà a finire. Se non lo fa nemmeno Hedley Bull, immaginarsi cosa possono dire altri.  Per altro Bull dopo aver lanciato l'idea del Neo medievalismo (di cui ho parlato nello post precedente), la ritratta subito sostenendo che difficilmente potrebbe essere un mutamento radicale del Sistema. O meglio ci sono molti elementi che ci potrebbero far pensare che stiamo vivendo una fase analoga al Medio Evo del Vecchio Continente, ma che gli stati prima di accettare il declino faranno di tutto per evitare che il proprio potere possa essere offuscato da multinazionali, organizzazioni internazionali o addirittura nuove entità che si sosituiscono agli Stati nell'uso della violenza andando oltre la logica dei confini nazionali.

Perché anche Hedley Bull si arrende? Nonostante abbia alla spalle una formazione che si potrebbe definire di stampo agostiniano, o addirittura un approccio agostiniano alle lettura delle relazioni internazionali.  Sant'Agostino sosteneva pax est etiam in rebus quae eam negare videntur, in sostanza che un ordine internazionale esiste anche laddove esso sembrerebbe inequivocabilmente negato. Sembra essere davvero il punto condiviso dal politologo australiano. Si prospettano tanti scenari possibili per il sistema internazionale, anche quello del neo medievalismo ma un ordine esiste comunque.

Il punto però penso che possa essere un altro. Se torniamo all'oggi, ovvero a ciò che ci scorre davanti agli occhi durante i telegiornali dei grandi network, si può affermare che stiamo vivendo una fase di entropia nelle relazioni internazionali. Una fase entropica, con una perdita di potere degli Stati nazionali. Quel potere però non si disperde, resta all'interno del sistema internazionale ma sotto altre forme. In altre epoche la guerra, più o meno diffusa, più o meno lunga in termini di tempo era la modalità con cui il sistema tornava in una fase di equilibrio. Oggi la guerre sono comunque possibili, ma più improbabili, se non altro a certe latititudini per un imbrigliamento giuridico-politico che di fatto funge da tutela molti Stati.

Entropia, quindi. A cui i governanti devono sapere rispondere sia nella prospettiva interna, sia in politica estera.

Come? Tucidide ne parlerà nel prossimo post.  

Pubblicato: 28 settembre 2011

15/9. Il Neo medievalismo


 

Dico la verità, la mia intenzione era scrivere un 13/9. Purtroppo Tucidide deve sottostare un po' alle logiche degli altri impegni.

Poco male, tanto il punto è che se l'11/9 è stato un florilegio di ricordi dell'attentato alle Torri Gemelle e il 12/9 è stata un'occasione per pensare a ciò che è successo il giorno dopo dieci anni fa. In sostanza un modo per ribadire che le scelte politiche che sono state prese dal giorno dopo hanno influito sulla storia più di quanto l'attentato in sé.

Nella mia testa è altrettanto importante capire e scandagliare quali letture sono state date dalle azioni politiche di questi dieci anni. Come giustamente mi ha detto uno storico di alto livello come Federico Romero in un'intervista che è stata pubblicata nell'inserto sull'11/9 dal Giornale di Brescia, "E' ancora presto per fornire una lettura storiografica". Ma l'accademia non è stata immobile, i politologi hanno analizzato i processi e gli storici hanno iniziato ad interrogarsi su questi primi dieci anni del secolo, ovviamente mai disgiunti da ciò che è accaduto prima.

Molti hanno parlato di una solitudine tutta americana, un senso di accerchiamento che ha quasi preso alla gola gli Stati Uniti. Ma la reazione violenta in Afghanistan e in Iraq è stata, dopo la prima fase emotiva di attacco al regime dei talebani, tutt'altro che poco calcolata.

La solitudine americana però è anche figlia di un mondo in cambiamento, policentrico nelle logiche del potere economico e politico. Un cambiamento che gli Usa faticano a leggere o non riescono a dominare: una fatica che deriva dalla percezione di sé che gli stessi americani hanno rispetto alla propria Nazione. Non è semplicemente l'idea di un modello di libertà che trascende gli accadimenti umani, piuttosto una libertà quasi divina e assolutizzata ed estremizzata al punto che diventa una religione.

E questo è un qualcosa che non solo evocava Bush, ma che emerge, a mio parere, anche dai discorsi di Obama nonostante abbia manifestato a parole e nei fatti l'intenzione di basare la politica estera americana lungo il paradigma del multilateralismo. Attenzione però, multilateralismo vincolato alla potenza guida, che sono comunque gli Usa.

E questo è un aspetto di ciò che le analisi ci forniscono.

L'aspetto però più stimolante che ho trovato nelle analisi storiografiche me l'ha fornito ancora una volta il professor Romero, quando mi ha rappresentato il mondo attuale, come un sistema di relazioni internazionali nel quale si è ritornati ad una dimensione pre rivoluzione industriale. Come detto, più centri di potere in un orizzonte in cui l'Occidente (Europa e Stati Uniti) è solo uno degli attori, ma che deve fare i conti con un crescente protagonismo asiatico con almeno due potenze, Cina e India.

L’interpretazione più calzante è quella del neo-medievalismo. Hedley Bull, nel suo lavoro più importante (The anarchical society. A study of order in world politics) definisce questo processo come il neo medievalismo, una situazione nella quale, non solo il sistema delle relazioni internazionali è caratterizzato dal policentrismo, ma in cui la sovranità stessa degli Stati e la loro integrità viene messa in discussione dalla presenza di attori non governativi, ma allo stesso tempo da spinte centrifughe interne (quebecois, fiamminghi, baschi). Al contempo, poi, l’uso legittimo della violenza non è più detenuto dagli Stati, ma da attori non statuali come le organizzazioni terroristiche e movimenti di protesta transnazionali.

La domanda è come trovare una nuova Westphalia. Come si può rispondere a questo nep-medievalismo?

Pubblicato: 15 settembre 2011

12/9

Barack Obama attends the commemoration ceremony at the 9/11 Memorial EPA/KRISTOFFER TRIPPLAAR / POOL

Barack Obama attends the commemoration ceremony at the 9/11 Memorial EPA/KRISTOFFER TRIPPLAAR / POOL

 

Ricomincia la scuola e anche Tucidide riprende la parola. Diciamo che anche lui è tornato dalle vacanze e i compiti li ha fatti, più o meno tutti.
Parlare il giorno dopo l'11 settembre ci obbliga a passare necessariamente da ciò che è successo dieci anni fa a New York. Parlare il 12 settembre, però, è un po' più comodo: significa provare ad immaginare ciò che sarà dopo. Idealmente siamo già nel day after.
Innanzitutto una considerazione un po' amara, ma realistica. Di recente ho letto un articolo di David Rieff pubblicato su Harper's (successivamente ripreso da Internazionale) nel quale si sosteneva che sul lungo periodo niente sarà ricordato della tragedia. Rieff lo dice così citando l'Ecclesiaste: “There is no remembrance of former things; neither shall there be any remembrance of things that are to come with those that shall come after.”
In sostanza la nostra memoria è mortale più o meno come noi.

L'esempio è quello di Pearl Harbour che, prima dell'attentato al WTC, fu l'ultima occasione in cui migliaia di americani morirono in territorio americano. La tragedia resta, ma il ricordo, la memoria imperitura di quell'evento è andato sbiadendo. Così allo stesso modo fra 20 anni anche l'11 settembre 2001, potrebbe essere solo una data buona per le celebrazioni e per i discorsi di politici americani.

E quindi il 12/9 di cosa si può prendere atto? Del fatto che l'unilateralismo di Bush con le sue alleanze dei volenterosi sono fallite, nonostante la destra americana avesse addirittura dato una dignità filosofico-teologica all'invasione dell'Iraq, parlando di Baghdad come la nuova Gerusalemme da riconquistare. E ancora che fu probabilmente sbagliato attaccare l'Afghanistan senza poi approfittare del momento di forte debolezza dei talebani e concludere il lavoro subito, l'America invece decise di aprire un secondo fronte in Iraq perdendo un'occasione storica: normalizzare il baricentro dell'Asia Centrale, quello che i russi hanno sempre chiamato il ventre molle dell'impero.

Ora quindi tutti sono qui a dire che le guerre sono state sbagliate e fuori tempo, i fronti sono ancora aperti e così via.
La guerra di Obama, l'Afghanistan, è vero, non sta dando risultati sperati, ma la verità è che si è aspettato troppo e forse ci si è affidati anche alla persona sbagliata, ovvero Karzai. La guerra sta durando troppo e gli alleati europei cominciano a dare forti segnali di nervosismo, anche se poi aldilà delle dichiarazioni ad effetto di certuni, non se ne possono andare contravvenendo ad accordi fatti con la Nato; non è mica come quando giochi a calcetto con gli amici che se sei stanco ti fermi un attimo, gli accordi militari sono una cosa più seria. Fa sorridere leggere le dichiarazioni di qualche esponente leghista che ad ogni attentato dichiara: "Portiamo a casa i nostri ragazzi". Se l'Italia vuole contare deve esserci (il caso libico lo dimostra).

Insomma cosa ci resterà dell'11 settembre? Tutto quello che è venuto dopo: le guerre, le divisioni tra le due sponde dell'Atlantico e appunto l'unilateralismo statunitense figlio di una visione a metà tra l'isolazionismo e la missione divina.

Fra 20 anni pensando all'11/9 certo molti ricorderanno l'immagine delle due torri fumanti, ferite, squarciate.  Niente di più

La Storia valuterà ciò che è accaduto a partire dal giorno dopo.

Pubblicato: 12 settembre 2011

La spinta morale e la politica interna - Il caso di Mladic

In un mese ne sono successe un po' di tutti i colori.

Ci siamo lasciati con Bin Laden e i problemi di Obama che si deve giustificare a chi imputa immoralità alla sua azione politica (probabilmente qualcuno avrebbe voluto che Osama ricevesse un giusto processo). e siamo arrivati a Mladic arrestato e consegnato al Tribunale speciale per i crimini nella ex-Jugoslavia. Anche in quel caso c'è stato chi ha contestato allo Stato serbo di aver fatto un favore alle potenze occidentali e ai nemici della Serbia per un ritorno nel breve periodo. In ballo ci sarebbe la possibilità per la Serbia di avvicinarsi più velocemente all'Unione europea, da cui, di fatto, è territorialmente circondata.
In tutti i casi l'opinione pubblica, o parte di essa, contesta ai governanti di non fare mai scelte di principio e di concentrarsi su scelte vantaggiose sul breve periodo dimenticando valori e un'etica, che per sua natura concettuale, sarebbe di ampio respiro e quindi scissa dall'empirico.

Ma la politica, pur non essendo altra cosa rispetto alla morale, ha più forze che ne definiscono la condotta. E allora le scelte del breve termine sono spesso effettuate, con una variabile che tuttavia non deve essere sottovalutata: l'interesse nazionale. E così la Serbia, o meglio i vertici dello Stato serbo, hanno fatto una scelta, seppur in discontinuità con il comune sentire di parte della popolazione e in qualche modo di frattura rispetto al senso di accerchiamento che attanaglia la gran parte degli Stati balcanici, in nome di un interesse nazionale: l'avvicinamento all'Unione.
Giuseppe Mazzini in un scritto del 1871 parlando della politica internazionale parlava dell'interesse nazionale e individuava nell'atto morale, la massima espressione di uno Stato nell'arena internazionale. Mazzini era consapevole delle difficoltà di conciliare morale e politica, ma allo stesso tempo intravedeva nella possiblità di operare scelte di politica estera moralmente condivisibili come un miglioramento della condizione anarchica che caratterizza da sempre le relazioni internazionali.
Quindi la spinta morale riletta in chiave di politica interna ma esplicitata nella politica estera è tutta lì. La capacità dei governanti di fare scelte anche duramente contestate come consegnare un Mladic alla giustizia internazionale, con il rischio di una forte tensione sociale interna, ma con il risultato di rimettere il proprio stato in un circuito virtuoso della politica internazionale, con un primo passo di distensione nel complicato scacchiere balcanico e credendo che nel breve-medio periodo il risultato per lo Stato sarà quello di avvicinarsi all'Unione europea (nella foto il presidente Boris Tadic con il presidente permanente dell'Ue Van Rompuy).
Il problema non è mai fare scelte anche contradditorie rispetto al comune sentire. Il problema è avere una bussola attraverso cui decidere le proprie scelte in politica internazionale. A volte ho l'impressione che esistano Stati, generalmente medie potenze, che se ne stanno lì immobili senza sapere esattamente cosa fare, aspettando solo il momento propizio per approfittare di questo o quel fatto. Il che significa subire la politica estera. Il che indica non avere una spinta morale, ma unicamente una ragion strumentale di cortissimo respiro.

Pubblicato: 9 giugno 2011

La spinta morale in politica - Obama e Osama

(AP Photo/Pablo Martinez Monsivais, File)

(AP Photo/Pablo Martinez Monsivais, File)

Non c'è che dire. In questi giorni la politica internazionale anche in Italia tiene banco. Tra Nord Africa e soprattutto uccisione di Bin Laden, si è parlato molto delle scelte dei politici, scelte di politica interna che hanno anche un effetto sulla politica estera di uno Stato e della politica internazionale. Ma i dubbi e le perplessità di molti anche sulla morte dello sceicco del terrore, hanno sollevato dubbi e perplessità anche a me.

Etica e politica sono spesso in collisione, è inutile nasconderselo: i fini e i mezzi del potere sono spesso divergenti e non sempre una scelta politica è eticamente corretta. Ma penso che ci siano molti margini per ragionare su questo aspetto. La politica non è una cosa brutta, e l'etica l'unica cosa bella.
Prendiamo l'esempio dell'uccisione di Bin Laden (aldilà delle speculazioni di dietrologia che abbiamo visto fiorire un'ora dopo la notizia della morte): Obama cosa avrebbe dovuto fare? L'opportunità era troppo ghiotta. Dietro quell'azione vi era una spinta morale: l'interesse nazionale degli Stati Uniti. Un capo di Stato nel momento in cui fa scelte in nome dell'interesse nazionale, lo fa guidato da una spinta morale legata ai valori fondanti del proprio Paese. In qualche modo è una convergenza tra ciò che è eticamente giusto (in un senso laico ma intimamente legato alla natura stessa dello Stato che guida) e ciò che è politicamente utile. Si può poi disquisire su ciò che è l'interesse nazionale e quali sono le priorità per questa e quella nazione. Ma la spinta morale è fondamentale e ha un valore. E ce l'ha ancora di più oggi nel momento in cui, secondo molti, le liberaldemocrazie sono in crisi.
Due settimane fa sul Giornale di Brescia ho curato un'intervista ad Alessandro Campi dedicata alla figura di Hans J. Morgenthau, un classico, il caposcuola del realismo politico del '900. Da quella chiacchierata sono uscite un sacco di cose interessanti. In particolare una risposta proprio ad una domanda sulle contraddizioni di una sovrapposizione sul concetto di potere che pare essere, per i realisti, sia fine sia mezzo.
Campi mi ha risposto così:

Morgenthau non è mai stato un “machiavelliano” in senso deteriore o un apologeta della forza. C’è un equivoco sul realismo politico che merita di essere dissipato. Il realismo, come dimostra proprio l’opera di Morgenthau, non coincide con il cinismo o con l’apologia dello status quo. Il vero realista è animato al contrario da un forte senso morale. Tiene conto dei rapporti di forza, ma ha a cuore la giustizia. Considera il potere uno strumento indispensabile della politica, ma non lo ritiene un fine in sé.

In questo rivedo anche Barack Obama e il discorso fatto a poche ore dall'uccisione di Osama Bin Laden. In questo passaggio finale si può leggere ciò a cui mi riferisco

"The cause of securing our country is not complete.  But tonight, we are once again reminded that America can do whatever we set our mind to.  That is the story of our history, whether it’s the pursuit of prosperity for our people, or the struggle for equality for all our citizens; our commitment to stand up for our values abroad, and our sacrifices to make the world a safer place. Let us remember that we can do these things not just because of wealth or power, but because of who we are:  one nation, under God, indivisible, with liberty and justice for all."

Il presidente degli Stati Uniti lo dice chiaramente che cosa significa l'interesse nazionale, parlando di libertà e giustizia. Una sintesi tra etica e politica. (Chi vuole può anche guardarsi il video del discorso di Obama)

E ancora tornando alle parole di Campi su Morgnethau. Troppo spesso le letture delle situazioni politiche subiscono la fascinazione dell'etica: troppo facile o comodo rifarsi unicamente a principi assoluti. Tanto che i realisti rischiano di essere considerati cinici o appunto apologeti dello status quo. Non è così. Citando ancora Campi e la sua intervista (che metto a disposizione alla fine del post):

Il realismo ci insegna a vedere il mondo come esso è, prima di immaginare come dovrebbe essere. Soprattutto ci costringe a fare i conti con la storia e con il passato, alla ricerca dei precedenti e delle esperienze che possono aiutarci a comprendere la realtà odierna.
 
In Italia esiste ancora una spinta morale nella politica? La nostra politica estera è la traduzione dell'interesse nazionale o ad esempio le risoluzioni votate la settimana scorsa in Parlamento sul nostro intervento in Libia sono solo risultato ed esclusivamente la traduzione di un interesse particolare: quello del Governo e della maggioranza per andare avanti?

 

  Scarica l'Intervista ad Alessandro Campi

 

Scarica la pagina del Giornale di Brescia su Morgenthau

Pubblicato: 9 maggio 2011

Gli eroi nell'era post-eroica

La scorsa settimana mi sono dedicato agli eroi (e poco a Tucidide). Mettiamola così ho fatto anche altro, ma la mia fantasia è stata solleticata soprattutto dagli eroi, il che per altro mi ha permesso anche rientrare in contatto con un mio ex professore dell'Università, Carlo Galli, che al tempo insegnava Storia del pensiero politico contemporaneo e oggi invece insegna Dottrine Politiche all’Università di Bologna.

Ma perché Carlo Galli e perché gli eroi?

Perché l'editrice il Mulino sta pubblicando una collana, curata proprio dal succitato prof. Galli, di sette volumi esclusivamente dedicata alle figure eroiche in sette campi dell’agire umano dalla guerra alle scoperte alla libertà allo sport.

Scarica la locandina della collana de il Mulino

Le ragioni che hanno spinto il professore a promuovere un’iniziativa editoriale sull’argomento sono innanzitutto filosofiche: la logica del contrattualismo e del razionalismo hanno spazzato via una tradizione che poggiava sull’idea delle “vite esemplari”, ma in fondo il progresso della società è ancora legato all’azione esemplare di coloro che anche adesso potremmo chiamare eroi.

L’intervista completa è in uscita sulle pagine della cultura del Giornale di Brescia. Ci ho pensato un po’ su e per completare la questione eroica vorrei metterci una mia testimonianza diretta. A partire dal fatto che condivido appieno l’idea secondo cui anche adesso abbiamo bisogno di eroi. Altrimenti chi ci farebbe davvero battere il cuore.


E allora se io penso a un eroe penso a qualcuno che si sacrifica per il bene degli altri. E che come tutti gli eroi viene sopraffatto dalle situazioni, (perché come dice anche il prof.Galli “un eroe di solito ci rimane in mezzo”) Naturalmente se si parla di eroi si va davvero sul personale e allora anche io ci metto qualcosa di personale in questo post (per lo meno più del solito).

 

Un eroe secondo me è Sergio Vieira de Mello, il capo della missione Onu ucciso nell’attentato alla sede di Baghdad il 19 agosto 2003 (lui era il candidato designato alla successione di Kofi Annan come segretario genrale dell’Onu). Ma per ricordarlo preferisco utilizzare le parole di Paolo Lembo, oggi capo-missione dell’Undp in Iraq, un mio amico, una figura di riferimento per la mia formazione.

 

Lembo, più o meno due anni fa, scriveva questa mail dal suo ufficio di  Amman a me e a Michele:

 “Ecco una notizia che sicuramente voi gia’ conoscete ma siccome e’ nel vostro territorio mi fa particolarmente piacere ri-dividerla con voi:  hanno finalmente deciso di dedicare  una piazza a Sergio Vieira de Mello in Italia, a Bologna,  una notizia che mi ha riempito di gioia. E di orgoglio.  Quelli che leggeranno il suo nome su di una targa di marmo all’angolo di un palazzo di una piazza, sopratutto i piu’ giovani,  certamente ne sapranno poco, ma potrebbero andare ad informarsi sulla vita  che c’e’ stata  dietro quel nome e sui principi che la hanno ispirata.  Ed imparare, forse, che ci sono molti buoni motivi, per vivere questa nostra breve avventura terrestre con un po’ piu’ di immaginazione  morale”

Questo è il modo in cui si racconta di un eroe.

 

Pubblicato: 18 aprile 2011

Il Belgio e il record mondiale di un Paese senza governo

Il Belgio di Tom, Trouw (Amsterdam)

Il Belgio di Tom, Trouw (Amsterdam)

Una ferita si allarga nel cuore dell'Europa.
Nell'indifferenza quasi generale il Belgio ha realizzato un vero e proprio record mondiale: oltre 300 giorni senza un governo.

Meglio dell'Iraq. Ma soprattutto come l'Iraq si profila una divisione del Paese. Se da un lato sciiti, curdi e sunniti vorrebbero spartirsi lo Stato e le sue risorse in particolare il petrolio; in Belgio i fiamminghi continuano ad invocare la secessione delle Fiandre e della regione multilingue di Bruxelles e dalla Vallonia.  Una secessione in slow motion molto pericolosa, un esempio negativo nel cuore dell'Europa, quella dove è nata l'Unione Europea ed hanno sede le istituzioni comunitarie. Cercando di capire meglio la questione belga, mi sono più che allarmato perché l'azione che i fiamminghi vorrebbero operare quasi una pulizia etnica, mascherata con motivazioni amministrative.

Purtroppo per spiegare il contesto nel quale lo stato belga si dibatte bisogna fare una piccola digressione sul sistema giuridico. Per farlo riprenderò una cosa che ho scritto più o meno un anno fa (cut and paste per comodità, utilizzerò il metodo del Ctrl+C e Ctrl+V). Perché già la questione è complicata, se poi mi tocca rispiegarla faccio notte.

Lo stato federale belga basa la sua esistenza, o quello che i filosofi dello stato definirebbero patto di sovranità, sulla coesistenza di due realtà etniche ben distinte (ce ne sarebbe una terza, ovvero la comunità tedesca che pur avendo il suo parlamentino conta pochi rappresentanti tra Senato e Camera dei Deputati). L’arena politica è caratterizzata dalla presenza di partiti di ispirazione etnica e gli elettori possono votare in base alla loro appartenenza ad uno o all’altro gruppo linguistico-culturale. Esistono, infatti, le liste elettorali per i francofoni e quelle per i fiamminghi ed è per questo che entrambe le realtà etnico-linguistiche hanno la certezza di essere rappresentate in maniera equa in Parlamento (va ricordato che in Belgio i fiamminghi rappresentano il 59% circa della popolazione). Il sistema elettorale comporta quasi necessariamente la formazione di governi di coalizione in cui sono presenti sia forze francofone sia rappresentanti fiamminghi, il che comporta una continua politica di mediazione tra le parti se si vuol fare funzionare la macchina statale. Lo stato è percorso da una «frontiera linguistica », quella della regione bilingue di Bruxelles- capitale, che riunisce 19 municipalità della regione di Bruxelles e 35 comuni del Brabante fiammingo. Il tutto è complicato dal fatto che la periferia di Bruxelles (ovvero 18 municipalità) è a maggioranza fiamminga - che significa che il fiammingo è la lingua ufficiale della politica e dell’amministrazione -. Ma in sei municipalità esistono, visto il grande numero di popolazione francese che arriva all’80%, dei regimi di «facilitazione linguistica». Il che significa che è concesso ai cittadini francofoni di rispondere all’amministrazione in francese e soprattutto di aumentare i consensi dei candidati francofoni visto che tra le facilitazioni previste c’è anche quella, considerata centrale di potersi iscrivere nelle liste elettorali francofone di Bruxelles. Ed è questo il punto del contendere che risulta inaccettabile per i fiamminghi che in qualche modo temono di essere defraudati.
I fiamminghi insistono nel preservare l’identità del territorio e dicono che i francofoni che vivono nelle Fiandre devono imparare il fiammingo. I valloni sostengono che vanno rispettati i loro diritti individuali. (dal Giornale di Brescia del 10 maggio 2010)


Sia chiaro non si tratta di un ethnic cleansing, ma di una cosa più sottile che però diventa un pericoloso precedente per tutti quei gruppi piccoli o grandi che hanno ambizioni di secessione. Il messaggio suona più o meno così: o impari la nostra lingua o te ne vai dove parlano come te. Grave, gravissimo che questo accada proprio nel cuore dell'Europa, dove si continua a cullare il sogno dell'Unione europea.

Ad aggravare le cose poi c'è il fatto che il Belgio è stato presidente di turno dell'Ue tra il luglio e il dicembre 2010. E la sede dell'Ue dove è? A Bruxelles, proprio l'area contesa da fiamminghi e valloni. Più che mai oggi vale quella famosa frase pronunciata da Henry Kissinger, uno che l'ha sempre saputa lunga: "Chi devo chiamare quando voglio parlare con l'Europa?"
L'intero scenario è agghiacciante ma testimonia la crisi delle democrazie occidentali, non tanto per la globalizzazione quanto piuttosto per le spinte centrifughe di gruppi etnici, o presunti tali, che vogliono scardinare l'idea di Stato nazionale così come lo conosciamo ed abbiamo imparato a vederlo, con i suoi pregi ed i suoi difetti. Se poi, però, si va a rileggere il libro Le democrazie contemporanee del politologo olandese, Arend Lijphart, che insegna all'Università della Califonia di San Diego, si scoprono i motivi per cui il Belgio se ne sta andando. (Per oggi però ve lo risparmio).

Il risultato ultimo sarebbe la nascita di Stati-francobollo, nemmeno buoni per una collezione filatelica. Almeno in Iraq si contendono il petrolio e sono senza Stato, al massimo in Belgio si potranno contendere le gare ciclistiche. Pensa che risate: 2000 anni di storia dell'idea di Stato e democrazia che va a gambe all'aria per decidere se è più importante il Giro delle Fiandre o la Freccia Vallone.

Pubblicato: 7 aprile 2011

La fine della storia. Di nuovo?

Proprio non ce la faccio. Continuo a dire ad amici e conoscenti che mi chiedono di Tucidide che sono pronto a parlare del Belgio e di altre amenità come le tensioni tra l'Ungheria del simpatico Orban e la Slovacchia.  Ma evidentemente il destino mi è avverso, perché nel frattempo accadono cose che mi tengono lontano dai problemi di Bruxelles e da quelli delle minoranze etniche magiare in territorio slovacco.
Ieri stavo sfogliando un po' distrattamente R2, le pagine culturali di Repubblica, quando l'occhio mi è caduto su un'intervista di Federico Rampini a Francis Fukuyama che parla del suo ultimo libro "The origins of political order", un saggio che, a quanto pare (perché non ho ancora avuro modo di leggerlo), sviluppa la sua analisi dalla Preistoria al 1789.
Facciamo una velocissima presentazione del signor Fukuyama: è l'autore del famigerato libro "La fine della storia e dell'ultimo uomo", pubblicato nel 1992 e che ha fatto discutere quasi quanto "Lo scontro di civiltà" di Samuel Huntington (che per altro non condivideva una virgola di quanto sosteneva il buon Francis). 
La fine della storia è la classica opera che tutti citano e pochi leggono (la stessa sorte che è capitata all'opera di Huntington di cui si è strausato solo il titolo) e mentre lo dico mi viene in mente quello che scriveva nella sua nota politica apparsa sul Giornale di Brescia del 30 marzo, Adalberto Migliorati, parlando di politica della cultura. Alla fine alle editrici interessa quasi di più che il titolo di un'opera faccia discutere, che sia controverso ed entri come un ritornello sordo nella retorica politica più dell'opera stessa, perché sicuramente sarà acquistato di più.
Ma torniamo a noi dopo la breve digressione sui meriti di un cronista politico che stimo e con cui ho la fortuna di lavorare. Nella sua intervista a Rampini Fukuyama, a vent'anni di distanza, sostiene che lui aveva ragione nelle tesi del suo libro, anche alla luce dei recenti accadimenti del Maghreb e del Medioriente: la storia è finita perché anche le masse arabe ora stanno cercando una via verso il modello della liberaldemocrazia. Sì perché nel 1992 il professore di Stanford, in sostanza, sosteneva hegelianamente che l'approdo storico della liberdemocrazia americana fosse il punto ultimo delle vicende umane, per supportare la sua tesi piegava l'intera storia secondo un sviluppo tecnologico e dei bisogni della società che alla fine si è materializzato nella vittoria, in ultima analisi, nella vittoria del modello capitalistico su quello del socialismo sovietico. Un sistema hegeliano che però sembra peccare della contingenza e dell'entusiasmo figlio della caduta del Muro di Berlino che nei primi anni '90 fece gridare al miracolo del New World Order, quello di un sistema unipolare, con un'unica potenza, gli Stati Uniti.
Sono bastati pochi anni perché qualcuno parlasse di potenza solitaria, e di sistema multipolare certificando la fine del sogno neoconservatore e addirittura jacksoniano di Fukuyama. Anche lui l'ha capito e ha cercato disperatamente di smarcarsi dagli ambienti neoconservatori di cui era diventato il campione. Oggi nel momento in cui Obama e la sua amministrazione devono fare i conti con un ritorno dei conservatori e delle loro istanze, allora Fukuyama rialza la testa e dice che lui aveva ragione: "Così la Primavera araba conferma le mie tesi", poi però si affretta a dire che lui non crede nel determinismo.
Mah.... Hegel sosteneva che lo stato prussiano era la massima espressione della storia umana poi abbiamo visto come è andata a finire. Il fatto che Fukuyama abbia detto già due volte nell'arco di vent'anni che lo stato liberaldemocratico americano sia anch'esso la massima espressione della storia, mi fa tremare. E se anche la politologia, nella sua forma più estrema, seguisse le logiche del botteghino, snaturando la ricerca e la serietà in nome di provocazioni che diventano immediatamente famigerate e quindi presupposti per libri campioni di vendita? Fukuyama proprio mi insospettisce.
 

Pubblicato: 31 marzo 2011

Essere una media potenza

In questi giorni si parla di politica estera. Anche qui da noi in Italia. Per fortuna. La politica si divide, l'opinione pubblica si interroga. Tutti si chiedono che ruolo deve avere l'Italia. Prima fila, seconda fila... e ancora si riaffacciano dibattiti su fantomatici assi Parigi-Londra, Roma-Berlino, Usa-Nato. Bene.
Ma cosa è una media potenza? Fermo restando l'egemone del sistema internazionale, gli Stati Uniti; ci sono poi una serie di potenze di primo rango, le altre con diritto veto nel Consiglio di Sicurezza che hanno un'indipendenza strategica dal punto di vista della forza nucleare (Francia, Cina, Russia e Gran Bretagna).
E le altre? Le medie potenze? Fanno del loro meglio per avvantaggiarsi delle situazioni che di volta in volta si presentano sulla scena internazionale. Certo poi non sono tutte uguali e individuando dei parametri per misurare la potenza allora si potrebbero utilizzare le variabili geografiche, demografiche, economiche e militari. Se si vuole essere davvero riduzionisti e spaccare il capello in quattro, ci sono medie potenze di primo rango e di secondo rango. Tutti questi stati per avere un posto al sole, per avere un ritorno devono ingegnarsi per mantenere una condotta redditizia in politica estera, gli scandinavi per esempio si caratterizzano per essere campioni del paecekeeping. Ma la frustrazione di una middle power esiste ed è tangibile, nei governi perché sono costretti a piegarsi agli interessi di egemone e potenze superiori, nell'opinione pubblica perché spesso intravede in questo inevitabile processo un punto di debolezza dei propri governanti con tutto ciò che ne consegue nel dibattito politico interno. L'effetto nefasto di questa situazione si traduce spesso nell'incapacità di ridefinire le proprie priorità politiche e di trovare vie per far coincidere il proprio interesse nazionale con le opportunità che la situazione rende disponibili anche per i "pesci piccoli".

Pubblicato: 27 marzo 2011
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Tucidide - Tra cultura politica e relazioni internazionali