mercoledì 22 maggio 2013
 
Tucidide
di Carlo Muzzi

Le pari opportunità in politica

Diciamolo. Uno dei temi più stucchevoli della politica chiacchierata dei giorni nostri è sicuramente quello relativo alle Pari opportunità. Anche il nuovo presidente del Consiglio, Enrico Letta, ci è cascato subito: tra le prime cose che ha fatto notare è che il suo esecutivo ha ben sette (dico sette) donne. Prima di lui il neogovernatore della Regione Lombardia, Roberto Maroni, si è incartato per setttimane dopo aver promesso in campagna elettorale il 50% di donne in Giunta. Una promessa mantenuta, certo, ma con una fatica incredibile nell'individuare i propri assessori.

Ragionare per "quote" non è mai un buon segnale. In qualche modo si traccia un solco ideologico e sociologico profondo: in sostanza si marca ancor di più una differenza. 

A tal riguardo, sulle pari opportunità in politica, ho trovato illuminante un articolo apparso un mesetto fa sull'International Herald Tribune. Racconta delle senatrici americani e della loro esperienza in un mondo a lungo esclusivamente riservato agli uomini. Non contano le quote, conta la capacità di fare politica e politiche. 

 

Leggi l'articolo dell'International Herald Tribune  

Pubblicato: 30 aprile 2013

Governo Letta tra giapponesi e gommone

Alla fine Letta ce l'ha fatta. Vedremo ora come affronterà i marosi del mare agitato del sistema politico italiano. Un mare che ha inghiottito ampie maggioranze e tecnici apparsi almeno inizialmente salvifici. Ce la farà Letta?! Vedremo.

Ci sono, a mio parere, due frasi che vorrei riprendere come simbolo del nuovo Esecutivo. La prima l'ha detta Marco Pannella riguardo alla presenza di Emma Bonino.

"Vorrei dire a Enrico Letta, e anche al Presidente Napolitano, qualcosa di semplice. Noi – che si tratti del primo Governo Amato, del Governo Dini, del Governo Prodi – siamo sempre stati, nella lealtà, gli ultimi giapponesi nella difesa di queste soluzioni, ancorché profondamente intrise della storia partitocratica. Enrico Letta sappia bene che fino alla fine saremo gli ultimi giapponesi del Governo, anche e innanzitutto attraverso Emma, nella fedeltà più profonda alle ragioni della fiducia popolare sulla quale lei ha potuto contare da 15 anni ininterrottamente."

L'altra frase che riprendo è una confidenza che il neoministro Gaetano Quagliariello avrebbe fatto al cronista politico di Repubblica, Francesco Merlo.

"Berlusconi ci ha imbarcati su questo gommone e poi al momento opportuno lo bucherà"

 

 

 

Pubblicato: 29 aprile 2013

Il teorema del gambero

L'ipotesi della primarie del Pdl è durata tre giorni. O forse meno. Per fortuna non mi sono lanciato ossessivamente nel toto-candidature, visto che Berlusconi con un singolo intervento le ha obiettivamente spazzate via tutte. Certo quello che ho scritto non vale più, o resta valido pro quota per il centrosinistra dove si stanno davvero scannando.

Aldilà di tutto però fatico a capire perché i problemi giudiziari dell'ex premier dovrebbero inficiare la fiducia al Governo Monti, quando fino a due giorni proprio aveva dichiarato che Monti aveva fatto quello che doveva fare. Capisco, invece, l'imbarazzo interno al Pdl, un partito che non riesce mai a decollare o che lo stesso Berlusconi non fa decollare. Quello nella posizione più scomoda è sicuramente Angelino Alfano: tutte le volte che ha provato a mettere paletti in modo da far diventare il Popolo della Libertà una partito, è successo qualcosa che ha frustrato le sue iniziative politiche. Ma anche i fedelissimi di Silvio, non se la passano certo meglio, tutti pronti ad applaudirlo ed osannarlo, consapevoli però del fatto che nessuno potrà emanciparsi politicamente dalla figura ingombrante del padre.

I continui stop&go del Pdl legati alle opportunità del suo primo fondatore dimostrano che un partito personale, per quanto possa cambiare il nome e il logo, resta un partito personalistico. Di certo non potrà mai essere la casa dei moderati, definizione che ormai suona un po' stantia per l'uso smodato che ne hanno fatto i rappresentanti del centrodestra.

Siamo in presenza di un singolare teorema politico, il teorema del gambero: quando sembra che il Pdl possa diventare almeno minimamente simile ad altri partiti conservatori, almeno a parole anche per volere di Berlusconi, ecco che lui stesso faccia precipitosamente marcia indietro. Si diceva o si preferiva dire, ai tempi degli scandali dell'Olgettina e di Noemi Letizia, che in fondo Berlusconi rappresenta l'italiano medio: con le sue debolezze era dannatamente simili a tutti noi. A parte il fatto che molti italiani non si sentano simili a Berlusconi, è tuttavia vero che il teorema del gambero rispecchia la politica italiana in maniera fedele. Sei mesi fa sembrava che la riforma elettorale fosse ad un passo e oggi sembra addirittura che il cosiddetto porcellum, con qualche piccola variazione, potrebbe essere la legge con cui voteranno gli italiani l'anno prossimo. E ancora ciclicamente vengono annunciate riforme, più o meno epocali, che vengono regolarmente stravolte in corso di dibattito parlamentare, tra commissioni e letture in aula.

Il teorema del gambero appartiene alla seconda repubblica e intrinsecamente rappresentativo di questi 20 anni. E Berlusconi ne è stato indiscutibilmente il protagonista principale. Non c'è di che stupirsi dunque che sia il primo ad applicare queste regole.

Pubblicato: 28 ottobre 2012

Primarie. Questione di regole e alleanze

 

Adesso che anche nel centrodestra si è arrivati a parlare di primarie, mi sembra appropriato riproporre un articolo che ho scritto il 18 settembre nell'ambito di una serie di 10 pagine che ho curato con il collega, inviato del Giornale di Brescia, Tonino Zana, sul tema delle Feste e la Politica.

Si parla di primarie e io parlo di primarie.

Questo l'articolo pubblicato il 18 settembre 2012, mi auguro che soprattutto la seconda parte possa contribuire alla riflessione.

Il vero rompicapo del centrosinistra a Roma, come a Brescia e in tutto il resto d'Italia, ha un nome: primarie.

L'altro ieri a Sant'Eufemia, alla festa dell'Anpi, si è parlato tra la gente anche di questo: un'eventuale corsa a due per il centrosinistra tra un esponente del Pd e l'ormai dimissionario presidente dell'Anpi, Marco Fenaroli alle primarie. Fenaroli, però, che da qualche mese ha avanzato la sua candidatura alle primarie del centrosinistra in vista delle Comunali del 2013 ad oggi non sa ancora se vi parteciperà e nemmeno se si faranno a Brescia. Il nodo, ufficialmente, pare essere quello dei partiti che lo sostengono: nessuno ad oggi tra Sel, Rifondazione e sinistra varia si è fatto avanti con un sostegno preciso.

Ma cosa sono le primarie? Si tratta di uno strumento mutuato dal sistema politico statunitense che mira a individuare il candidato di una forza politica o di una coalizione per una qualsivoglia scadenza elettorale. Gli elettori e i simpatizzanti sono chiamati ad esprimersi generalmente qualche mese prima della scadenza elettorale vera e propria. Le primarie sono state «introdotte» nel 2005, con una consultazione su tutto il territorio nazionale, per individuare il candidato del centrosinistra (che si chiamava Unione) in vista delle Politiche del 2006. Le vinse Romano Prodi, che qualche mese dopo divenne anche presidente del Consiglio. Da allora lo strumento delle primarie è diventato il «marchio» del Pd, che nel suo statuto le prevede non solo per l'individuazione dei candidati, ma anche per il rinnovo dei propri quadri dirigenti. È di fatto anche un modo per fidelizzare gli elettori in un momento di crescente astensionismo.

L'aspetto interessante della questione è che forse l'unica analogia tra le primarie italiane e quelle americane sta nelle preoccupazioni degli apparati dei partiti e nelle scelte che questi operano per evitare che il voto in qualche modo sfugga loro di mano. Negli Stati Uniti esistono, dunque primarie «chiuse» (solo per gli elettori di un partito specifico) e primarie «aperte» (in cui possono votare tutti gli elettori). Un po' come accade in Italia quando si parla di primarie «interne al Pd» o di coalizione (allargate a tutte quelle forze politiche del centrosinistra). Ora, uno strumento nato negli Usa a inizio Novecento per scardinare il monopolio dei notabili ha spinto sempre più i partiti americani a prediligere le primarie «chiuse», e in Italia (dove i partiti non sono strutture prettamente elettorali) a restringere i perimetri delle coalizioni per lasciare fuori avversari scomodi o temibili. Sottigliezze tecniche e scritte nello statuto del Pd. Del resto come amava dire Giovanni Giolitti: «Per i nemici le leggi si applicano, per gli amici si interpretano».

 

Per quanto riguarda il centrodestra, ci sono ancora alcuni punti oscuri su cui probabilmente si dovrà fare chiarezza nei prossimi giorni. Per fare delle primarie, in ogni caso, servono delle regole. Da qui a metà dicembre (si dice che il giorno fissato sarebbe il 16 dicembre) il tempo è molto ristretto. E ancora, il centrosinistra ed in particolare il Pd, può vantare un lascito di struttura degli ex Ds e ex Margherita su cui organizzare materialmente le primarie, il Pdl non ne dispone, come si ovvierà a questo? Certo che se basterà andare in un gazebo a firmare, non saranno vere primarie, ma semplice propaganda. Il dato politico più interessante è però un altro: con questa mossa Berlusconi potrebbe rilanciare il Pdl e riportarlo tra la gente dopo gli ultimi scandali, devastanti dal punto di vista del consenso.

Pubblicato: 25 ottobre 2012

Italia, media potenza frustrata

L'Italia è una media potenza? Ma soprattutto come si è tradotta questa nostra condizione nel nostra condotta in politica estera. A lungo con desideri espansionistici frustrati e sucessivamente con un pragmatismo letargico. Forse addirittura eccessivo.

Per il nostro Paese si è vissuta una condizione particolare, visto che subito all'indomani dell'Unità ha iniziato immediatamente a muoversi con quelle peculiarità che abbiamo definito tipiche delle medie potenze.

Non solo, anche la percezione degli altri attori del consesso europeo ci hs subito sospinto a quel rango. Nel volume "Il mondo ci guarda" curato dal professor Fulvio Cammarano, racconta proprio di come gli altri Stati ci hanno accolto nella società internazionale. Proprio alla luce della percezione di altri, ma anche dell'immediata autopercezione dei nostri governanti l'Italia ha cominciato a muoversi sull'arena internazionale da media potenza. Il tutto con una serie di rocambolesche imprese di espansione, negli spazi grigi concessi dalle Grandi Potenze e alla luce di ciò che ci era permesso di fare anche negli interessi degli screzi tra uno Stato e l'altro. La libertà di manovra lasciata all'Italia in particolare dalla Gran Bretagna spiega l'operazione nel Corno d'Africa con la disfatta di Adua. Poco più di trent'anni dopo l'unificazione l'Italia non aveva ancora fatto suo il monito di Botero, una media potenza non può espandersi oltre le proprie possibilità difensive. Non sarà né l'unica volta, né tantomeno l'ultima che la ambizioni italiane sarebbero andate ben oltre le nostre reali potenzialità. I risultati sono stati sempre decisamente modesti, perché è chiaro che una media potenza non può nemmeno avere ambizioni imperiali.

Percorrendo comunque verso i giorni nostri la politica estera italiana c'è almeno un fatto, in piena Guerra Fredda che descrive bene il tentativo di una media potenza di approfittare di una situazione di impasse nella societa internazionale. La Crisi di Suez. Innanzitutto perché il teatro era nel Mediterraneo, quindi in una dimensione geopolitica a noi consona, ma anche perché gli alleati del blocco Occidentale si erano trovati in una situazione competitiva con Francia e Inghilterra da un lato e gli Stati Uniti dall'altro. L'Italia provò a sfruttare la situazione facendosi mediatore con l'Egitto, pur cercando di mantenere un atteggiamento di fedeltà ai valori atlantici. Un gioco difficilissimo e che rimase in parte irrealizzato proprio perché nonostante il nostro gran lavoro diplomatico, non eravamo nel novero delle grandi potenze (basta ricordare che l'Italia è entrata a far parte delle Nazioni Unite solo nel 1955). Insomma il tentativo di divenire un reale ago della bilancia nel Mediterraneo non si è potuto realizzare nemmeno in quella occasione.

Tanto che nonostante la politica energetica e il risiko dell'energia avviato dal nostro Paese, l'Italia da quel momento in poi si è dedicata alla Cee e a politiche settoriali, soprattutto in ambito europeo. Certo, sempre accarezzando l'idea di una politica di influenza nel bacino mediterraneo. Ma con maggiore pragmatismo, negli anni a seguire, ci siamo proposti per la missione militare in Libano nel 1982, abbiamo inviato una squadra navale nel 1987 e poi ancora nel 1990. Ecco forse in un sistema bloccato come quello costituito dalla Guerra Fredda ci siamo distinti negli anni '80 da una maggiore reattività, che deve essere caratteristica peculiare delle medie potenze, per ritagliarsi un posto al sole.

Pubblicato: 9 maggio 2012

L'idea di Media Potenza

 

Nessuno lo dice, molti lo pensano, pochi lo capiscono. Se si dovesse definire l'Italia prima di tutto si dovrebbe dire che è una media potenza.
Un concetto poco studiato, una definizione di difficile reperibilità nella letturatura delle relazioni internazionali. Ma esattamente cosa è una media potenza?
Se si fa una ricerca su internet inserendo il termine inglese "middle power" tra i primi risultati si trova un articolo scritto su The Jakarta Post nel 2009 da un diplomatico indonesiano, Santo Damosurto, che nel suo ragionamento per sostenere che l'Indonesia è una media potenza, tira in ballo Giovanni Botero, filosofo italiano e consigliere dei Savoia nella seconda metà del '500. Mr. Damosurto non è certo il primo ad essersi accorto di Botero e della sua classificazione degli Stati che compare nel Libro I dell'opera "Della Ragion di Stato". Infatti, nell'appendice di Power Politics, Martin Wight, mentre tratta della misurazione della potenza cita proprio il filosofo italiano.
Ma cosa dice Botero? "De Dominii altri sono piccioli, altri grandi, altri mezani". Ovviamente i "mezani", che in un'altra parte del testo chiamerà "stati mediocri", sarebbero le medie potenze; nello specifico: "Mediocre è quello che hà forze, autorità sofficiente per mantenerli, senza bisogno dell'altrui soccorso". Insomma sono potenze che possono difendersi da sole senza l'aiuto di nessun alleato. Certo il sistema internazionale nel '500 era un po' differente da come è oggi, ma l'analisi è comunque ottima e innovatrice visto che introduce, come sostiene sempre Wight, un modello machiavelliano nel trattare l'effetto della grandezza degli Stati sulla loro potenza e sicurezza. E proprio sulle medie potenze tre pagine dopo Botero ci dice: 

"Ma se bene la mediocrità è più atta alla conservatione d'un Dominio, che gli eccessi d'essa , durano nondimeno poco gli Stati mediocri; perche i Principi non se ne contentano, ma di mediocri vogliono diventar grandi, anzi grandissimi; onde, uscendo fuor de' termini della mediocrità, escon anche fuor de' cófini della sicurezza .... ma se il Prencipe conoscesse i i termini della mediocrità , e se ne  contentasse, il suo Imperio sarebbe durabilissimo".


Da quel momento in poi le cose si complicano, nel senso che i ragionamenti sulle medie potenze prendono un'altra via. Il filosofo tedesco Herder per esempio parla di Mittelmacht, ma in un senso differente, esclusivamente geografico, Potenza di mezzo riferendosi alla Prussia, che ovviamente nei suoi propositi non poteva essere una media potenza, bensì una potenza di mezzo con ambizioni di espansione o comunque in grado di svolgere il ruolo di holder of the balance nel Vecchio Continente, ovvero garante dell'equilibrio di potenza. Si è poi passati al concetto di Zwischenmacht, quindi situata nel cuore dell'Europa ma anche forte abbanstanza per agire come stato cuscinetto efficiente. La storia ha mostrato che la Germania e chi la guidava ha commesso l'errore strategico ben espresso da Botero, ovvero andare ben oltre i propri confini geografici e di sicurezza.
Una nuova letteratura sulle medie potenze è comparsa però nel Secondo dopoguerra, ovviamente in Stati che si sono resi conto di vivere in questa condizione, ad esempio il Canada dove ci si è interrogati molto sul tema. Ad ogni modo  l'idea di media potenza è stato percepita come quella di un attore dalla politica estera creativa: facilitatore nelle questioni diplomatiche internazionali e conseguentemente protagonista nelle operazioni di peace-keeping (come hanno fatto anche Stati scandinavi, Svezia, Norvegia e Danimarca); ma allo stesso tempo si possono considerare medie potenze quegli Stati che hanno un elevato benessere economico e sono al contempo rette da un sistema democratico e quindi politicamente stabili.

L'Italia potrebbe appartenere a questa categoria con Australia e appunto Canada e Norvegia. Ma a questo siamo nella stretta attualità, in cui alle medie potenze tradizionali si aggiungono quelle emergenti.  Della situazione odierna ne parleremo nel prossimo post. 
 
 

Pubblicato: 25 aprile 2012

Lavori in corso e anticipazione

Tucidide è stato silente per un po', per un bel po'. Non che se ne sia sentita troppo la mancanza (penserete), ad ogni modo ora il piccolo blog è stato coinvolto in un progetto decisamente interessante e quindi riprende a marciare. Sono stato contattato dagli organizzatori del LiquidLab Festival che si svolgerà a Firenze dal 9 al 12 maggio, per un piccolo contributo.
Il LiquidLab Festival sarà una quattro giorni di incontri e workshop nel capoluogo toscano in cui giovani artisti, architetti, comunicatori, imprenditori, esperti di nuove tecnologie e professionisti di vari settori si confronteranno partendo dalla seguente formula creatività+innovazione=lavoro. Fra i partner istituzionali di Liquid.Lab: Regione Toscana, Provincia di Firenze, Comune di Firenze, Università di Firenze , CNA e Confindustria Toscana, Fondazione Sistema Toscana e Commissione Europea. L'obiettivo è tutt'altro che banale: un nuovo Rinascimento d'idee.
Nel programma dei lavori è prevista una sezione dedicata al tema l'Italia e il Mondo Nuovo che tratterà del rapporto tra il nostro Paese e i cosiddetti emergenti. A Tucidide è stato chiesto un contributo come facilitatore, insieme a blog italiani molto più importanti dedicati alle relazioni internazionali; per questa ragione nei prossimi giorni saranno pubblicati alcuni contributi e successivamente, sarò presente alla conferenza/dibattito dell'11 maggio.
Gli organizzatori, bontà loro, mi hanno dato piena libertà di manovra nella scelta del tema da proporre al tavolo. Ho pensato che visto che si parla della politica estera dell'Italia, mi occuperò del concetto di media potenza. Quale è l'Italia (anche se nessuno lo dice). Prima da un punto di vista teorica, per poi provare a spostarmi su ciò che contraddistingue il nostro essere "medi" nella società internazionale ed infine in che dimensione si muove il nostro Paese nei confronti anche degli Emergenti, Bric e Timbris.

Pubblicato: 25 aprile 2012

Un continente alla deriva - Ungheria

Viktor Orban (AP Photo/Bela Szandelszky)

Viktor Orban (AP Photo/Bela Szandelszky)

Mentre l'Unione è alle prese con una profonda crisi economica ed il rischio reale di tracollo dell'euro e pure con le agenzie di rating, le loro triple A o le doppie B, il Vecchio Continente sembra andare alla deriva anche politicamente.

Tucidide approda a Budapest dove ne stanno succedendo davvero di brutte, il governo dell'ultranazionalista Viktor Orban che controlla il Parlamento con una maggioranza solidissima, sta provando a cambiare la rotta della struttura liberaldemocratica dello Stato ungherese.
Una vera e propria aggressione a mano armata che davvero riporta l'Ungheria indietro di cento anni rspetto alla storia della democrazia. Lo stadio prodromico di questa emergenza è stato l'annuncio, un anno e mezzo fa, dell'intenzione di consegnare alla minoranza magiara in Slovacchia un passaporto ungherese. Il modo migliore per far scattare tensioni inter-etniche nel cuore dell'Europa, roba da guerra civile. Per fortuna la Slovacchia ha disinnescato la cosa con una legge che avrebbe privato della cittadinanza slovacca tutti i membri della minoranza ungherese che avessero deciso di prendere il passaporto del loro paese di origine.

Ma questo è stato solo l'inizio, nei mesi successivi il governo ungherese ha innanzitutto presentato una legge volta a "equilibrare" il ruolo dei media, di fatto limitando il potere di critica della stampa. La sollevazione dell'Unione europea ha fatto in modo che la legge fosse successivamente modificata, ma nel frattempo quel satanasso di Orban si è messo in testa di modificare la costituzione e lo ha fatto facendo entrare in vigore una nuova Carta dal 1° gennaio per fortuna la Corte Costituzionale prima di essere limitata ha abrogato parte della legge sui media  In particolare, la Corte ha bocciato l’articolo che  obbligava i giornalisti a rivelare le fonti in alcuni casi. Con la nuova carta però vengono posti vincoli pesanti sulle libertà di stampa e di religione, per i diritti delle donne e l’indipendenza dei giudici e della Banca centrale.

Un bel pasticcio a cui l'Europa prova a dare risposta, forse tardivamente. A danno fatto.
Bruxelles ha adesso aperto la procedura di infrazione su ben tre dossier: Banca centrale, autonomia dei giudici e privacy. Basta sapere che secondo le nuove leggi il ministro delle finanze può partecipare direttamente alle riunioni del "board" della Banca centrale, la cui agenda deve essere inviata al governo prima della riunione.
Adesso l'unica leva che l'Europa può muovere per sbloccare la situazione ungherese è quella economica, con la richiesta di prestiti  a Bce e Fmi. Nemmeno un euro arriverà finché Orban non sarà disposto a venire incontro alle richieste di Bruxelles.

Questo in estrema sintesi.
Ma la situazione complessiva è davvero preoccupante.

Budapest è un campanello d'allarme per tutti.

Pubblicato: 18 gennaio 2012

Tra Entropia e Neo medievalismo



"It is better to recognise that we are in darkness than to pretend that we can see the light"

Iniziamo dalla fine. Questa è la frase con cui Hedley Bull chiude il suo lavoro più importante, The anarchical society (La società anarchica).
Il politologo australiano, allievo di Martin Wight, si interroga di fatto sul rapporto tra ordine e disordine all'interno delle relazioni internazionali e di come il sistema degli Stati è riuscito a "tenere" nel corso dei secoli.
Ma nel momento in cui, nelle conclusioni, si chiede che direzione prenderà proprio il sistema degli Stati e come sarà possibile mantenere l'ordine (inteso come l'attuale modello di relazioni internazionali), allora alza le mani e diventa di colpo fatalista. "Meglio riconoscere che siamo al buio, piuttosto che pretendere di vedere la luce".

Effettivamente, la questione non è da poco. Non ci è dato sapere quanto reggerà l'attuale sistema degli Stati e forse nemmeno come muterà; certo esistono teorie generali che parlano di processi appunto generali che ci possono dire in linea di massima che ad un egemone ne succederà un altro e così via. Ma nessuno può dire nel momento preciso in chi glielo si chiede come andrà a finire. Se non lo fa nemmeno Hedley Bull, immaginarsi cosa possono dire altri.  Per altro Bull dopo aver lanciato l'idea del Neo medievalismo (di cui ho parlato nello post precedente), la ritratta subito sostenendo che difficilmente potrebbe essere un mutamento radicale del Sistema. O meglio ci sono molti elementi che ci potrebbero far pensare che stiamo vivendo una fase analoga al Medio Evo del Vecchio Continente, ma che gli stati prima di accettare il declino faranno di tutto per evitare che il proprio potere possa essere offuscato da multinazionali, organizzazioni internazionali o addirittura nuove entità che si sosituiscono agli Stati nell'uso della violenza andando oltre la logica dei confini nazionali.

Perché anche Hedley Bull si arrende? Nonostante abbia alla spalle una formazione che si potrebbe definire di stampo agostiniano, o addirittura un approccio agostiniano alle lettura delle relazioni internazionali.  Sant'Agostino sosteneva pax est etiam in rebus quae eam negare videntur, in sostanza che un ordine internazionale esiste anche laddove esso sembrerebbe inequivocabilmente negato. Sembra essere davvero il punto condiviso dal politologo australiano. Si prospettano tanti scenari possibili per il sistema internazionale, anche quello del neo medievalismo ma un ordine esiste comunque.

Il punto però penso che possa essere un altro. Se torniamo all'oggi, ovvero a ciò che ci scorre davanti agli occhi durante i telegiornali dei grandi network, si può affermare che stiamo vivendo una fase di entropia nelle relazioni internazionali. Una fase entropica, con una perdita di potere degli Stati nazionali. Quel potere però non si disperde, resta all'interno del sistema internazionale ma sotto altre forme. In altre epoche la guerra, più o meno diffusa, più o meno lunga in termini di tempo era la modalità con cui il sistema tornava in una fase di equilibrio. Oggi la guerre sono comunque possibili, ma più improbabili, se non altro a certe latititudini per un imbrigliamento giuridico-politico che di fatto funge da tutela molti Stati.

Entropia, quindi. A cui i governanti devono sapere rispondere sia nella prospettiva interna, sia in politica estera.

Come? Tucidide ne parlerà nel prossimo post.  

Pubblicato: 28 settembre 2011

15/9. Il Neo medievalismo


 

Dico la verità, la mia intenzione era scrivere un 13/9. Purtroppo Tucidide deve sottostare un po' alle logiche degli altri impegni.

Poco male, tanto il punto è che se l'11/9 è stato un florilegio di ricordi dell'attentato alle Torri Gemelle e il 12/9 è stata un'occasione per pensare a ciò che è successo il giorno dopo dieci anni fa. In sostanza un modo per ribadire che le scelte politiche che sono state prese dal giorno dopo hanno influito sulla storia più di quanto l'attentato in sé.

Nella mia testa è altrettanto importante capire e scandagliare quali letture sono state date dalle azioni politiche di questi dieci anni. Come giustamente mi ha detto uno storico di alto livello come Federico Romero in un'intervista che è stata pubblicata nell'inserto sull'11/9 dal Giornale di Brescia, "E' ancora presto per fornire una lettura storiografica". Ma l'accademia non è stata immobile, i politologi hanno analizzato i processi e gli storici hanno iniziato ad interrogarsi su questi primi dieci anni del secolo, ovviamente mai disgiunti da ciò che è accaduto prima.

Molti hanno parlato di una solitudine tutta americana, un senso di accerchiamento che ha quasi preso alla gola gli Stati Uniti. Ma la reazione violenta in Afghanistan e in Iraq è stata, dopo la prima fase emotiva di attacco al regime dei talebani, tutt'altro che poco calcolata.

La solitudine americana però è anche figlia di un mondo in cambiamento, policentrico nelle logiche del potere economico e politico. Un cambiamento che gli Usa faticano a leggere o non riescono a dominare: una fatica che deriva dalla percezione di sé che gli stessi americani hanno rispetto alla propria Nazione. Non è semplicemente l'idea di un modello di libertà che trascende gli accadimenti umani, piuttosto una libertà quasi divina e assolutizzata ed estremizzata al punto che diventa una religione.

E questo è un qualcosa che non solo evocava Bush, ma che emerge, a mio parere, anche dai discorsi di Obama nonostante abbia manifestato a parole e nei fatti l'intenzione di basare la politica estera americana lungo il paradigma del multilateralismo. Attenzione però, multilateralismo vincolato alla potenza guida, che sono comunque gli Usa.

E questo è un aspetto di ciò che le analisi ci forniscono.

L'aspetto però più stimolante che ho trovato nelle analisi storiografiche me l'ha fornito ancora una volta il professor Romero, quando mi ha rappresentato il mondo attuale, come un sistema di relazioni internazionali nel quale si è ritornati ad una dimensione pre rivoluzione industriale. Come detto, più centri di potere in un orizzonte in cui l'Occidente (Europa e Stati Uniti) è solo uno degli attori, ma che deve fare i conti con un crescente protagonismo asiatico con almeno due potenze, Cina e India.

L’interpretazione più calzante è quella del neo-medievalismo. Hedley Bull, nel suo lavoro più importante (The anarchical society. A study of order in world politics) definisce questo processo come il neo medievalismo, una situazione nella quale, non solo il sistema delle relazioni internazionali è caratterizzato dal policentrismo, ma in cui la sovranità stessa degli Stati e la loro integrità viene messa in discussione dalla presenza di attori non governativi, ma allo stesso tempo da spinte centrifughe interne (quebecois, fiamminghi, baschi). Al contempo, poi, l’uso legittimo della violenza non è più detenuto dagli Stati, ma da attori non statuali come le organizzazioni terroristiche e movimenti di protesta transnazionali.

La domanda è come trovare una nuova Westphalia. Come si può rispondere a questo nep-medievalismo?

Pubblicato: 15 settembre 2011