TURISMO

Città Proibita: fascino che oscura le vie del turismo rosso

Città Proibita: fascino che oscura le vie del turismo rosso
Ore 06:01
giovedì, 15 ottobre 2009

Le foglie dei salici scendono ad accarezzare le acque tranquille dei laghi imperiali e selve di grattacieli salgono a dilatare in altezza la capitale plurimillenaria del territorio del Sol Calante. La Cina conserva un cuore antico nella frenesia moderna delle megalopoli; con l'atavica tradizionale attitudine a ricercare un equilibrio tra gli opposti, Pechino riesce ancora a regalare al turista momenti d'incanto nella contemplazione di un'antica bellezza al di là dell'assedio del traffico; riserva oasi di verde fiorito tra le cattedrali dello shopping, per i cultori delle discipline orientali che al mattino e al tramonto si ritrovano nei parchi ad esercitarsi nelle flessuose movenze del tai chi. Ai sessant'anni della Repubblica popolare, che Pechino ha festeggiato lo scorso 30 settembre, corrisponde il 2560° anniversario della nascita di Confucio, il filosofo della sobrietà e del guardarsi dentro.

Sotto il faccione di Mao

Il faccione di Mao guarda dall'alto della Porta della Pace Celeste la fiumana dei turisti in visita alla Città Proibita, ma gli oggetti simbolo della rivoluzione sembrano ormai relegati a qualche angolo nei mercatini dei souvenir. La storia recente della Cina viene ripercorsa attraverso immagini emblematiche sui tabelloni esposti nei parchi e sui maxischermi di piazza Tien An Men, la stampa gratuita ad uso degli stranieri dà conto di una nuova attenzione per i percorsi del "turismo rosso" attraverso le tappe della "lunga marcia" di Mao, ma sono sempre i luoghi celebri della Cina più antica a calamitare il grande flusso dei visitatori. L'effetto-museo, per questi edifici ricchi di poetiche simbologie, è parzialmente attenuato dalla vitalità e dal curatissimo verde dei parchi che li circondano. Un battello a forma di drago traghetta i pechinesi in gita domenicale e gli stranieri in cerca di note di colore dal Padiglione dei Diecimila Buddha all'Isola di Giada, al centro del parco Beihai. A piedi si raggiunge il Padiglione dell'Eterna Primavera e da qui, dalla visione panoramica sulla Città Proibita, può iniziare un percorso di avvicinamento meno consueto, ma più suggestivo al cuore dell'antico potere.

Perdersi nelle 9999 stanze

Figlio del Cielo, l'imperatore era l'intermediario tra la terra e l'armonia superiore, che il suo governo doveva riflettere tra gli uomini, in una società rigidamente gerarchica. Sul Fiume d'Oro cinque ponti di marmo richiamano le cinque virtù cinesi: pietà filiale, umanità, rettitudine, sincerità, decoro. Ai grandi padiglioni delle cerimonie e delle udienze segue la Corte interna, al di là della Porta della Purezza Celeste. Non basta certo una visita ad assicurarsi una panoramica completa tra le 9999 stanze del complesso, dove ogni elemento richiama a particolari significati e vicende tramandate. Le varie mostre allestite nei padiglioni consentono sguardi più ravvicinati sull'antica vita di corte: bronzi e ceramiche, sete ed armature, oggetti di uso comune e descrizione di cerimonie portano indietro nel tempo, a un'altra Cina. Nel Museo degli orologi, di fabbricazione europea e locale, si trova una duplice, interessante testimonianza: dello sfarzo che faceva da sfondo ai meticolosi rituali, dell'interesse per le scienze e la tecnica, che trova altre testimonianze nell'Osservatorio astronomico, creato dai Ming sulla sommità di una torre, lungo la cerchia delle mura in parte restaurate di recente e fiancheggiate da un parco. Qui si conservano gli strumenti di osservazione degli astri che il gesuita Matteo Ricci ha contribuito a realizzare, all'inizio del XVII secolo.

Elisabetta Nicoli



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